Chiesa ad uso delle suore della Congregazione della Pie Operaie dell'Immacolata Concezione di Ascoli Piceno edificata per volontà di Francesco Antonio Marcucci, vescovo di Montalto e fondatore dell'ordine, nel suo terreno in località Valle Chifenti di Appignano del Tronto. Marcucci, che aveva messo a disposizione dell’ordine le sue proprietà , utilizzava la vicina casa, ereditata dal padre, come colonia per la villeggiatura delle Pie Operaie e delle educande e da sempre aveva voluto erigere una chiesa a breve distanza dal casolare.
Nel 1775 il vescovo decide di dar vita al progetto anche sollecitato dalla malattia di una sua discepola che qui ad Appignano trascorreva gran parte del tempo poiché le consorelle, all'epoca, per ascoltare la messa si recavano nell'Oratorio di San Giuseppe che era piuttosto lontano dalla residenza monastica. Nello stesso anno quindi ottiene il permesso dal Papa Pio VI e dal vescovo di Ascoli Pietro Paolo Leonardi che diede l'incarico al marchese Don Alessandro Maria Odoardi di approvare il luogo della fondazione e di benedire la nuova costruzione. Suor Maria Agnese Desio fu incaricata di seguire il cantiere ed è grazie alla religiosa, che scrisse la cronaca della costruzione ed il ""Libro della Fabbrica"", che abbiamo numerosi dettagli di un cantiere dell'epoca e dei vari contratti per l'acquisto dei materiali. La concezionista intratteneva anche una fitta corrispondenza con il Marcucci che, nonostante si trovasse a Roma, seguiva con molto interesse la realizzazione dell'opera. Nell'agosto del 1776 sarà proprio lui a benedire la chiesa ormai ultimata dopo aver provveduto ad acquistare due nuove campane e incidere le lapidi in memoria della fondazione.
Nella struttura era stato ricavato anche un piccolo romitorio dove il monsignore soleva trascorrere i pochi momenti di libertà , ritagliati tra i numerosi impegni, in meditazione e preghiera vicino alle sue consorelle. Intanto il limitrofo oratorio di San Giuseppe andava perdendo di importanza e veniva chiuso così la popolazione fu costretta a recarsi per le funzioni nella chiesa dei santi Gioacchino e Anna, portando con sé il culto del santo protettore dei falegnami che il 19 marzo, per gli appignanesi, era tradizione festeggiare con una scampagnata nei pressi della chiesa.
Nel 1851 si eseguono i primi interventi di restauro e manutenzione del tetto della chiesa ma in seguito trascurata viene dichiarata inagibile nel 1968 e lo rimarrà fino al 2013 quando sarà riaperta al culto dopo aver subito gravi danni durante il terremoto del 1997.
L'edificio costruito in cotto si presenta con una facciata sobria, caratterizzata da un semplice portale in travertino e sopra ad esso vi è un oculo che illumina l'interno dell'edificio; sopra l'architrave dell'ingresso è stata apposta una targa in memoria del fondatore. Sul tetto si innalza il campanile a vela che ancora ospita le due piccole campane acquistate dal Marcucci; l'interno ad una sola navata ospitava una tela di Nicola Antonio Monti ora conservata nel convento ascolano delle Pie Operaie. Dietro la zona absidale si accede alla sacrestia al di sopra della quale si trovano le due piccole stanze del romitorio, da dove era possibile ascoltare la messa attraverso una grata che si apre sulla chiesa.
Nel 1775 il vescovo decide di dar vita al progetto anche sollecitato dalla malattia di una sua discepola che qui ad Appignano trascorreva gran parte del tempo poiché le consorelle, all'epoca, per ascoltare la messa si recavano nell'Oratorio di San Giuseppe che era piuttosto lontano dalla residenza monastica. Nello stesso anno quindi ottiene il permesso dal Papa Pio VI e dal vescovo di Ascoli Pietro Paolo Leonardi che diede l'incarico al marchese Don Alessandro Maria Odoardi di approvare il luogo della fondazione e di benedire la nuova costruzione. Suor Maria Agnese Desio fu incaricata di seguire il cantiere ed è grazie alla religiosa, che scrisse la cronaca della costruzione ed il ""Libro della Fabbrica"", che abbiamo numerosi dettagli di un cantiere dell'epoca e dei vari contratti per l'acquisto dei materiali. La concezionista intratteneva anche una fitta corrispondenza con il Marcucci che, nonostante si trovasse a Roma, seguiva con molto interesse la realizzazione dell'opera. Nell'agosto del 1776 sarà proprio lui a benedire la chiesa ormai ultimata dopo aver provveduto ad acquistare due nuove campane e incidere le lapidi in memoria della fondazione.
Nella struttura era stato ricavato anche un piccolo romitorio dove il monsignore soleva trascorrere i pochi momenti di libertà , ritagliati tra i numerosi impegni, in meditazione e preghiera vicino alle sue consorelle. Intanto il limitrofo oratorio di San Giuseppe andava perdendo di importanza e veniva chiuso così la popolazione fu costretta a recarsi per le funzioni nella chiesa dei santi Gioacchino e Anna, portando con sé il culto del santo protettore dei falegnami che il 19 marzo, per gli appignanesi, era tradizione festeggiare con una scampagnata nei pressi della chiesa.
Nel 1851 si eseguono i primi interventi di restauro e manutenzione del tetto della chiesa ma in seguito trascurata viene dichiarata inagibile nel 1968 e lo rimarrà fino al 2013 quando sarà riaperta al culto dopo aver subito gravi danni durante il terremoto del 1997.
L'edificio costruito in cotto si presenta con una facciata sobria, caratterizzata da un semplice portale in travertino e sopra ad esso vi è un oculo che illumina l'interno dell'edificio; sopra l'architrave dell'ingresso è stata apposta una targa in memoria del fondatore. Sul tetto si innalza il campanile a vela che ancora ospita le due piccole campane acquistate dal Marcucci; l'interno ad una sola navata ospitava una tela di Nicola Antonio Monti ora conservata nel convento ascolano delle Pie Operaie. Dietro la zona absidale si accede alla sacrestia al di sopra della quale si trovano le due piccole stanze del romitorio, da dove era possibile ascoltare la messa attraverso una grata che si apre sulla chiesa.
Bibliografia e fonti
Libri
- La Chiesa dei Santi Gioacchino e Anna in Valle Chifenti - Emidio Santoni, Maria Elma Grelli, Maria Paola Giobbi
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