Si trova nella campagna lungo il fiume Aso, nel comune di Montedinove a ridosso del confine con Montelparo.
Oggi da il nome alla contrada: Molino Aso, raggiungibile da una piccola stradina asfaltata che, nei pressi dell'incrocio per Montelparo, si distacca dalla valdaso meridionale. Scendendo, il primo edificio che si incontra è il mulino, un'articolata serie di edifici di varie epoche, addossati l'uno all'altro. Probabilmente ha origine nel XVII secolo, una formella sopra un ingresso riporta la data del 1640. Già presente negli archivi ascolani nel 1815, compare con la dicitura di ""molino di via dell'Aspio"" nel Catasto Gregoriano redatto tra 1893 ed il '96. Risulta un edificio con il posto per una sola macina e tre stanze su quattro piani, di proprietà di Serafino Pasqualini di Nicola. Riportato ancora nel catasto postunitario, nel 1883 risulta ancora dei Pasqualini, Nicola, probabilmente figlio di Serafino, ancora nel 1895 va ai figli Serafino e Francesco. Questi due anni più tardi lo vendono a Luisa o Luigia Donati, moglie del famoso architetto Giuseppe Sacconi. Nel 1911 viene ancora venduto ad Adriano Adriani, possidente di Patrignone, un'anno dopo rivenduto a Filippo Ciaffoni, la sua famiglia è quella degli ultimi proprietari, che danno il nome al bene. Sempre in quel periodo, è modificato per permettere la sgusciatura meccanica delle sementi e per follare la lana. Si inizia anche ad espandere coi volumi, è del 1927 l'edificio che affianca il mulino a occidente, è restaurato e elevato il corpo centrale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale viene avviata anche una segheria, acquistando una sega ad Ascoli, dalla ditta Kuferle che realizzava macchinari, con i numerosi residuati bellici reperibili. Una svolta si ha nel 1952, quando i Ciaffoni decidono di convertire l'edificio in centrale elettrica, per la produzione di 88kw/h. Provvedono anche alla creazione delle infrastrutture per il trasporto, fornendo l'elettricità ai comuni di Montedinove e Montelparo, anche alle frazioni Lago di Montalto e Pallone di Force. La centrale viene ospitata nel nuovo capannone, visibile ancora oggi sul lato del grande spiazzo inferiore. Continua la sua attività fino alla seconda metà del XX secolo, quando vengono nazionalizzate le centrali elettriche, finisce così anche l'opera di molitura idraulica, sostituita da quella elettromeccanica. L'edificio finisce per essere mano a mano abbandonato, nonostante le ingiurie del tempo, ad oggi si presenta ancora in discrete condizioni.
La grande mole rimane poco visibile a chi passa lungo la valdaso meridionale, nascosta dal dislivello e dalla vegetazione, che gli cresce intorno. L'opera si compone di alcuni edifici, produttivi ed abitativi, addossati l'uno all'altro e quasi tutti realizzati in mattoni. Il primo che si scorge è la casa padronale, costruita nello stile del primo novecento, con un portale ad arco, sormontato da una targa col nome della contrada. Una sporgente cornice marcapiano separa il primo dal secondo piano, probabilmente aggiunto in un secondo momento, ma messo peggio rispetto al resto dell'edificio. Sul retro la casa continua, ma ribassata di un piano, andando a formare col mulino, una lunga facciata grazie ad un collegamento nella parte altra. Il corridoio che se ne ricava in basso, grazie alla sua posizione centrale, è utilizzato per raggiungere le varie ali e le zone produttive. L'edificio del mulino si è meglio mantenuto, sul davanti presenta anche alcune decorazioni architettoniche, è anticipato da un'area recintata che funge da giardino. La parete è intonacata mentre una fascia marcapiano corre al centro, agli estremi si vedono finte pietre angolari. Spiccano un elegante balcone con ringhiera in ferro lavorata, ed una fascia dipinta, che ricollega le vistose architravi delle finestre. Sul retro si nota subito un grande arco, anticipato da una una breve trincea. Affacciandosi si vede la camera dove si alloggiano le ruote idrauliche, oggi mancanti. L'ambiente è coperto da una volta in mattoni e due aperture ad arco sul lato, ospitavano le pale che movimentavano le macine. Sull'angolo sinistro, dove si trovano i due basamenti in cemento, c'erano gli organi meccanici della centrale elettrica. Oggi le acque attraversano ancora questo passaggio, continuando poi fino al fiume tramite il canale di scarico. Infatti rimane ancora funzionante il vallato, ossia il canale di alimentazione, che preleva l'acqua dall'Aso nei pressi del ponte di Montelparo. Corre poi lungo la campagna a ridosso della pianura, arriva al mulino con un certo dislivello ed entra nelle condotte poste sotto l'abitazione.
Oggi da il nome alla contrada: Molino Aso, raggiungibile da una piccola stradina asfaltata che, nei pressi dell'incrocio per Montelparo, si distacca dalla valdaso meridionale. Scendendo, il primo edificio che si incontra è il mulino, un'articolata serie di edifici di varie epoche, addossati l'uno all'altro. Probabilmente ha origine nel XVII secolo, una formella sopra un ingresso riporta la data del 1640. Già presente negli archivi ascolani nel 1815, compare con la dicitura di ""molino di via dell'Aspio"" nel Catasto Gregoriano redatto tra 1893 ed il '96. Risulta un edificio con il posto per una sola macina e tre stanze su quattro piani, di proprietà di Serafino Pasqualini di Nicola. Riportato ancora nel catasto postunitario, nel 1883 risulta ancora dei Pasqualini, Nicola, probabilmente figlio di Serafino, ancora nel 1895 va ai figli Serafino e Francesco. Questi due anni più tardi lo vendono a Luisa o Luigia Donati, moglie del famoso architetto Giuseppe Sacconi. Nel 1911 viene ancora venduto ad Adriano Adriani, possidente di Patrignone, un'anno dopo rivenduto a Filippo Ciaffoni, la sua famiglia è quella degli ultimi proprietari, che danno il nome al bene. Sempre in quel periodo, è modificato per permettere la sgusciatura meccanica delle sementi e per follare la lana. Si inizia anche ad espandere coi volumi, è del 1927 l'edificio che affianca il mulino a occidente, è restaurato e elevato il corpo centrale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale viene avviata anche una segheria, acquistando una sega ad Ascoli, dalla ditta Kuferle che realizzava macchinari, con i numerosi residuati bellici reperibili. Una svolta si ha nel 1952, quando i Ciaffoni decidono di convertire l'edificio in centrale elettrica, per la produzione di 88kw/h. Provvedono anche alla creazione delle infrastrutture per il trasporto, fornendo l'elettricità ai comuni di Montedinove e Montelparo, anche alle frazioni Lago di Montalto e Pallone di Force. La centrale viene ospitata nel nuovo capannone, visibile ancora oggi sul lato del grande spiazzo inferiore. Continua la sua attività fino alla seconda metà del XX secolo, quando vengono nazionalizzate le centrali elettriche, finisce così anche l'opera di molitura idraulica, sostituita da quella elettromeccanica. L'edificio finisce per essere mano a mano abbandonato, nonostante le ingiurie del tempo, ad oggi si presenta ancora in discrete condizioni.
La grande mole rimane poco visibile a chi passa lungo la valdaso meridionale, nascosta dal dislivello e dalla vegetazione, che gli cresce intorno. L'opera si compone di alcuni edifici, produttivi ed abitativi, addossati l'uno all'altro e quasi tutti realizzati in mattoni. Il primo che si scorge è la casa padronale, costruita nello stile del primo novecento, con un portale ad arco, sormontato da una targa col nome della contrada. Una sporgente cornice marcapiano separa il primo dal secondo piano, probabilmente aggiunto in un secondo momento, ma messo peggio rispetto al resto dell'edificio. Sul retro la casa continua, ma ribassata di un piano, andando a formare col mulino, una lunga facciata grazie ad un collegamento nella parte altra. Il corridoio che se ne ricava in basso, grazie alla sua posizione centrale, è utilizzato per raggiungere le varie ali e le zone produttive. L'edificio del mulino si è meglio mantenuto, sul davanti presenta anche alcune decorazioni architettoniche, è anticipato da un'area recintata che funge da giardino. La parete è intonacata mentre una fascia marcapiano corre al centro, agli estremi si vedono finte pietre angolari. Spiccano un elegante balcone con ringhiera in ferro lavorata, ed una fascia dipinta, che ricollega le vistose architravi delle finestre. Sul retro si nota subito un grande arco, anticipato da una una breve trincea. Affacciandosi si vede la camera dove si alloggiano le ruote idrauliche, oggi mancanti. L'ambiente è coperto da una volta in mattoni e due aperture ad arco sul lato, ospitavano le pale che movimentavano le macine. Sull'angolo sinistro, dove si trovano i due basamenti in cemento, c'erano gli organi meccanici della centrale elettrica. Oggi le acque attraversano ancora questo passaggio, continuando poi fino al fiume tramite il canale di scarico. Infatti rimane ancora funzionante il vallato, ossia il canale di alimentazione, che preleva l'acqua dall'Aso nei pressi del ponte di Montelparo. Corre poi lungo la campagna a ridosso della pianura, arriva al mulino con un certo dislivello ed entra nelle condotte poste sotto l'abitazione.
Bibliografia e fonti
Altri monumenti nel comune
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Lo Spiazzo
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Montedinove
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Monticello
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Pacifico Cino Del Duca
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Palazzo Ciarrocchi
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Palazzo Cinquecentesco
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Palazzo Comunale
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Palazzo Del Duca
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Pignotto
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Porta della Vittoria
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San Lorenzo Martire
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San Tommaso Becket
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