NULL Battistella da Monte Guidone - Habitual Tourist
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Nel 1586 il Presidiato farfense, che tante impronte ha lasciato a Monte Vidon Combatte, fu sciolto da Papa Sisto V e ne fu trasferita la sede a Montalto delle Marche, paese di origine del pontefice, a pochi km di distanza, dove funzionò fino all’Unità d’Italia. A partire dalla seconda parte del XVI secolo si afferma nello stato della Chiesa il fenomeno del banditismo e Monte Vidon Combatte fu la patria di uno dei più celebri e temuti banditi della storia picena, ovvero il capo di una delle bande di fuorilegge più sanguinarie in quei decenni, il famigerato Battista Amici che amava appellarsi come Battistella da Monte Guidone. Una delle cause scatenanti del banditismo fu la drammatica condizione che si verificò nelle campagne, i fuorilegge erano prevalentemente popolani e in numerose circostanze furono protetti dalla gente del contado.
Battistella nel corso della sua vita si rese complice di molteplici delitti, rapimenti, (anche di prelati, emblematica il rapimento del primo Vescovo di Montalto Paolo Emilio Giovannini), assalti a viaggiatori, e infinite scorrerie. Fu uno dei briganti più temuti dalle autorità pontificie. Probabilmente divenne in seguito anche il luogotenente del celebre bandito di origine abruzzese Marco Sciarra, il ricercato numero 1 dello Stato Pontificio il quale aveva gettato nel più cupo terrore Roma e i territori del papa. Eclatante fu l'episodio che vide il piccolo esercito ai comandi di Marco Sciarra, coadiuvato da Battistella, minacciare di sequestro l'intero Collegio Cardinalizio riunito in conclave per l'elezione del nuovo pontefice massimo della Chiesa Cattolica. Azioni criminali che si inserivano in un quadro di diffusa instabilità politico-religiosa in quanto era in atto una acerrima lotta tra il regno di Francia e l' Impero spagnolo per l'elezione del papa. Il sodalizio criminale tra Battistella e Sciarra era un'unione tra fuorilegge esperti, e da una comunione di interessi: tra loro erano soliti scambiarsi favori. Marco Sciarra si definiva "il flagello di Dio, e l'inviato da Dio contro gli usurai e quelli che possedevano denaro improduttivo".
Il grande pontefice piceno Sisto V attuò una durissima serie di provvedimenti e di riforme che riuscirono ad attenuare il fenomeno del banditismo, ma non a debellarlo definitivamente. Una rapida successione di pontefici, ben 5 negli ultimi lustri del Cinquecento, non portò a grandi risultati, si accentuò l'incertezza e l'instabilità di uno stato sociale lacerato dalla piaga del banditismo e duramente provato da una economia rurale pressoché condizionata da situazioni climatiche molto rigide che vanificarono gran parte degli sforzi fatti nelle culture pregiudicando il raccolto, che nel corso degli anni divenne sempre più insufficiente per far fronte alla richieste della popolazione. Nel 1590-1591 vi fu una carestia e il prezzo del grano cominciò a salire in maniera vistosa, ciò costrinse la maggior parte della gente ad alimentarsi con erba, e addirittura con le ghiande il cui uso da tempo era presente nella alimentazione quotidiana dei meno abbienti che ne facevano pane di qualità pessima ma che garantì, almeno in parte, la sopravvivenza delle popolazioni, soprattutto collinari e montane. Nel 1589 a settembre il raccolto era quasi inesistente e questo stato di calamità coinvolgeva tutta la Marca, obbligando le varie comunità a procacciarsi il grano oltre i confini dello Stato Pontificio, complicando ulteriormente la situazione per i rischi connessi alla difficoltà dei collegamenti e del trasporto. La situazione esplose in tutta la sua gravità negli ultimi mesi del 1590, la grave crisi alimentare e il conseguente tasso di mortalità, attestato in tutto lo Stato della Chiesa e oltre, operò vuoti incolmabili nel tessuto sociale e ridusse ai minimi termini la capacità di sopravvivenza dei comuni piceni di quell'epoca. Ad Ascoli la carestia imperversò in modo spietato, il grano raggiunse prezzi iperbolici e morivano di fame da 15 a 20 persone al giorno e per non impressionare la folla non si suonavano più le campane a morto. Lo stato di miseria era generalizzato. Le condizioni climatiche erano pessime: straripò il fiume Aso con distruzione delle colture e dei ponti, gli impedimenti alle attività dei mulini e gli ingenti danni alla misera economia rurale ed alla comunità che si basava in gran parte su di essa, portarono quasi al collasso della vita sociale. In una campagna ormai quasi deserta e infestata dalla malaria, la popolazione era raccolta nei villaggi che circondavano i castelli feudali e diminuiva sempre di più col passare del tempo. Numerosi contadini erano però indipendenti perché proprietari di piccoli apprezzamenti, sebbene la maggior parte della proprietà terriera fosse sempre in mano ai nobili o ai conventi.
Con la morte di Sisto V si susseguirono tre pontefici in quindici mesi, le azioni dei banditi nelle Marche si intensificarono, guidati da uomini come Marco Sciarra, detto Re di Campania, il nostro Battistella, Domenico Pelagallo, Pacchiarotto da Castelli, Brandimarte Vagnozzi da Porchia ed altri. Gli scontri nelle piane dell’Aso erano frequenti per la presenza di mulini e del grano che vi era depositato. Il Vagnozzi accusato nel 1591 dal vescovo di Montalto di aver aiutato Amici nell’assalto di Porchia, fu rinchiuso nel forte di Ascoli, da qui riuscì a fuggire e si riunì con Battistella, con il quale assalì vari castelli tra cui Ortezzano e Monte Vidon Combatte.
I briganti commisero una lunga serie di misfatti descritti dalle autorità come "multa, et innumerabilia delicata, et homicidia" tra cui nel 1592 l’uccisione di tre fratelli a Monte Vidon Combatte. Gli uomini capeggiati dal Battistella erano particolarmente feroci, faceva parte di questa banda anche Brandimarte Vagnozzi che nel 1593, approfittando di un indulto di Papa Clemente VIII, uccise lo Sciarra ed ottenne l’impunità e una lauta ricompensa. L'episodio avvenne in una località vicino Ascoli chiamata "la croce".
Del Battistella non si hanno più notizie dal 1594, la sua vita si tingerà di mistero.

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