Santissima Trinità
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Chiesa nel centro storico di Amandola, adiacente al vecchio ospedale cittadino.
Si trova nel quartiere di Agello, nella parte orientale del centro storico ed è tra i più antichi luoghi sacri della cittadina. La sua storia è legata allo scomparso castello di Agello, che fondendosi con Castel Leone e con Marrabbione, formano il nuovo centro di Amandola nel 1248. Secondo lo storico Ferranti, si vuole eretta in un pianoro interno al castello nel XI secolo, dai monaci di San Ruffino e Vitale appartenenti all'ordine dei benedettini, forse farfensi. A sostegno di tale tesi, cita la presenza dell'annesso monastero, con una vigna nella contrada Piè d'Agello, che viene poi venduta al comune nel 1277. All'inizio è conosciuta col nome di San Ruffino e tra le prime documentazioni, la troviamo come proprietà dei conti Giberti, famiglia di nobili locali. Questi sono probabilmente un ramo laterale dei Mainardi, ricca e prolifica dinastia, che governava l'area montana per conto del vescovo di Fermo. Quindi i Giberti nel 1265, nella persona di Ser Arpinello, rivendono la chiesa al nuovo comune amandolese. Subisce aggiornamenti quando nel 1576, vengono realizzate le finestre e sempre nello stesso periodo, viene rifatto anche il portale. Nel 1581 diventa la sede della Confraternita della Santissima Trinità, che cambia il titolo all'edificio sacro con quello utilizzato ancora oggi. Nel 1606 iniziano i lavori di affresco di alcuni altari, eseguiti dall'amandolese Muzio Vannucci, che si concludono due anni più tardi. Grandi lavori di riallestimento dell'interni si effettuano nel 1660, andando avanti per venti anni e riconsegnando un'aula in stile barocco. Per la chiesa tra il 1794 ed il 98, l'organaro Gaetano Callido realizza uno strumento per la chiesa, le cui parti si trovano smontate nella cantoria sopraelevata. Danneggiata durante le scosse del 2016, nel 2022 sono stanziati i fondi per il suo restauro.
La chiesa è ben visibile per chi si reca nel vecchio complesso ospedaliero, ad Est del centro storico della cittadina, inoltre fronteggia i resti della medievale porta d'Agello. Di aspetto severo, ha una pianta rettangolare ed è collegata sul retro all'ospedale, è realizzata quasi interamente in mattoni, sebbene alcune parti murarie siano in pietra arenacea. Semplice nelle sue linee, la facciata è divisa in tre spazi da quattro semipilastri, al centro si apre il portale ad arco, con un cornicione lavorato nella parte superiore, mentre in alto si apre una piccola finestrella. L'ingresso è rialzato e raggiungibile attraverso una rampa protetta da una ringhiera in ferro, alla base si trova anche una piccola fontanella. Nella parete sinistra, si notano una fitta serie di semipilastri che si alzano dallo spesso basamento, slendo verso il cornicione lavorato del tetto. La parete opposta mostra anch'essa dei semipilastri, ma solo nella parte superiore, ad affiancare i due grandi finestroni con cornice ad arco. Sempre su questo lato si alza sul retro il campanile a vela, con un'unica apertura asimmetrica, con lo spazio per ospitare due campane. Poco sotto si apre una piccola monofora piuttosto strombata, sempre con un arco incorniciato nella parte superiore. Sulla parete si nota anche che la qualità dei materiali cala. Al centro il portale secondario, in uno stile simile a quello principale. Poche le informazioni reperibili sull'interno, si sa che ha un'unica navata coperta dalle capriate lignee che sorreggono il tetto. Nella controfacciata si trova la cantoria, innalzata sopra l'ingresso e con i resti dell'organo del Callido, del quale rimane la cornice lavorata. Vi si trovano l'altare in legno realizzato da Simone Benattendi, mastro intagliatore originario di Amandola. Al centro vi è posizionato un crocefisso ligneo di scuola veneta, risalente al 1620 ed un tempo dipinto, sullo sfondo un dipinto con i Santi Ruffino e Vitale del 1648, realizzata da Domenico Malpiedi. L'artista di San Ginesio è anche autore della doratura dell'altare e dell'immagine di Dio Padre nel riquadro superiore. Ai lati dell'opera ci sono due porte che comunicano con la sagrestia. Sulle pareti laterali si trovano due altari, il primo non dorato è realizzato dalla bottega di Scipione Parisse di Matelica, con un dipinto di Muzio Vannucci. L'altare dal lato opposto mostra anch'esso un opera dell'artista, con ancora le figure dei Santi Ruffino e Vitale che affiancano il trono della Madonna, tutte opere sicentesche.
Altri due quadri sono ospitati nella chiesa: il primo è l'unica opera firmata dall'anconetano Pier Simone Fanelli, realizzata probabilmente alla fine del seicento. Vi si vede la Madonna con Bambino tra San Giuseppe e San Nicola da Tolentino, invocata dal basso dalle figure di San Filippo Neri ed un santo vescovo, probabilmente San Desiderio. Altra tela raffigura Sant'Antonio da Padova che intercede con la Madonna per la salvezza dei peccatori.

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