NULL Fortezza di Civitella del Tronto - Habitual Tourist
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Formidabile presidio armato eretto al confine tra il Regno di Napoli e gli Stati Pontifici, ultimo baluardo a cadere durante l'epopea dell'unità italiana.
In passato, questa grande opera che occupa l'intera sommità di un colle roccioso dove, a meridione, si aggrappa l'incasato di Civitella del Tronto, a causa di vari sconvolgimenti politici, fu più volte sballottata tra il Re ed il Papa offrendo così molte storie da raccontare sugli eventi di cui fu proscenio.
Le prime fortificazioni sorgono in epoca imprecisata, le notizie scritte più antiche del paese risalgono al XI secolo, e a partire dalla metà dello stesso da qui sappiamo vengono fatte diverse donazioni al vescovo ascolano da parte della famiglia di Trasmondo di Siolfo come già fece a suo tempo suo nonno. Sicuramente data la posizione di confine, il vescovo di Ascoli avrà provveduto ad erigere una rocca sopra il paese, magari ristrutturandone una precedentemente edificata. Durante il XII secolo il castello rimane saldamente in mano ascolana, riconfermato da varie bolle imperiali, ma cadrà sotto il prorompente arrivo dei Normanni che dopo aver conquistato il sud Italia sistemeranno i loro uomini nei feudi principali del Regno. Si legge che Civitella e le sue fortificazioni erano gestite dal conte Roberto di Attone IV d'Aprutio, nel 1161, la leggenda di San Berardo Vescovo di Teramo vuole che il nobile Gualtieri, incappato nelle ire di Roberto di Aprutio, venga imprigionato nella fortezza e liberato a seguito di un intervento miracoloso del Santo. Quattro anni dopo il fortilizio viene occupato da Ugone di Rocca Camilliana che aveva creato un feudo annettendo anche Campli, dopo aver favorito la rivolta antinormanna di Roberto III di Loritello presto ricomposta, torneranno a breve i vecchi padroni e sotto gli Svevi il feudo è di nuovo in mano ascolana.
La fortezza viene citata nel 1239 in alcuni documenti di Federico II, vi si legge anche poco dopo che diversi paesi nei dintorni di Civitella dovevano provvedere con uomini e mezzi all'efficienza della fortezza, ciò indica l'importanza che andava mano a mano assumendo. La convivenza con gli ascolani si era andata nel tempo deteriorandosi e nel 1255 i civitellesi li cacciarono in armi dal paese, dal capoluogo piceno quindi si passò al contrattacco. Il borgo e la fortezza vennero assaltati dalle truppe ascolane e la rocca non venne rasa al suolo totalmente solo per intercessione di Papa Alessandro IV che ne incarica anche il successivo restauro presto però cade nelle mani angioine. Nel 1269 infatti Carlo d'Angiò insediava già il proprio castellano nella fortezza mentre ne disponeva il restauro e ne aumentava la guarnigione, volto a farne uno dei capisaldi dei confini del Regno, e quando il vicino Castel Manfrino che si era ribellato ed aveva costretto il Re ad inviare una spedizione per espugnarlo nel 1273, le macchine e le munizioni rimaste saranno alloggiate nella fortezza.
Fino al XIV secolo il Re si occuperà personalmente di nominarne i castellani e a provvedere a vari aspetti gestionali, ma dal 1387 la popolazione però decise di avviare pratiche diplomatiche per ritornare di spontanea volontà sotto l'egida ascolana a causa delle continue instabilità del regno. Ladislao d'Angiò Durazzo agli inizi del XV secolo, nel suo tentativo di unificare l'Italia annette il comitato ascolano al Regno di Napoli e quindi la fortezza di Civitella, che concede come signoria a Conte Da Carrara nel 1415. In questo periodo è interessante la storia di Pietro d'Agostino, ascolano imprigionato nella fortezza e condannato a morte, che riesce a salvarsi suonando il liuto fino alla liberazione. Intanto muore Conte da Carrara a cui succedono i figli Ardizzone e Obizzo che si vedono costretti a cedere indietro la signoria ai pontifici nel 1426, dopo essersi rifugiati come ultimo approdo proprio a Civitella. Qui vengono assediati invano l'anno dopo da Giosia Acquaviva ma saranno comunque costretti a lasciare la fortezza poco tempo dopo; nel 1437 cade in mano anche di Francesco Maria Sforza. Nel 1443 al dominio della rocca subentrano gli aragonesi e Re Alfonso I dispone un radicale ampliamento del forte che viene munito di cinque torri, così come appare sullo stemma cittadino, mentre hanno inizio le vaste operazioni di fortificazione della parte orientale, unico punto d'accesso alla fortezza. Il primo periodo aragonese sarà malvissuto dai civitellesi, nel 1475 viene insediato il terribile comandante Leone Gaczull le cui truppe di stanza al forte molestavano ripetutamente i cittadini, in più vessati dai costi di manutenzione del presidio, che se ne lamentavano con il Re. Non ci si meraviglia se con l'arrivo nel 1485 degli eserciti di Carlo VIII dalla Francia, nel tentativo di spodestare gli aragonesi, il popolo di Civitella demolisce i torrioni per non avere problemi con il presunto nuovo signore; fallita l'avventura del re francese, in ogni caso, i civitellesi chiederanno perdono al regnante spagnolo. Il Conte di Lautrec passa nel 1528 a fare visita alla fortezza, trovandola ancora alle prese con i restauri, la espugna quindi con facilità e si dà al saccheggio, in seguito il marchese di Trivico è incaricato di risistemarla e di fortificare la cinta muraria cittadina. Appena finiti i lavori alle fortificazioni, queste si trovano subito a fronteggiare la Guerra del Tronto nel 1557, assediata stavolta dal Duca di Guisa ed Antonio Carafa. Finita la guerra Filippo II di Spagna la eleva a Fortezza Regia e decide di restaurare ed ampliare l'opera, in questo momento sarà costruito anche il palazzo del Governatore, terminato nel 1574, e nel 1604 viene consacrata anche la nuova cappella del forte dedicata a San Giacomo. Nel 1624 viene danneggiata con l'esplosione della polveriera colpita da un fulmine, un ventennio dopo vengono aggiornate le difese dal Marchese Pignatelli, altro restauro si avrà nel 1672 per volontà di Camillo de Dura. Intanto il brigantaggio che imperversava da più di un secolo nelle montagne tra Marche e Abruzzo si affaccia anche qui, la banda di Santuccio da Froscia assalta una masseria nei pressi della fortezza scatenando per reazione uno scontro a fuoco che alla fine allontana i malviventi. Agli spagnoli succedono per un breve periodo di tempo gli austriaci con Carlo VI d'Asburgo e nel 1734 diventano regnanti i Borbone che si apprestano a risistemare e aggiornare la fortezza. Nel 1798 varcano il Tronto i Francesi con le loro imponenti forze ed alla vista di questi eserciti il generale Lacombe, comandante del forte, decide di arrendersi senza combattere, in seguito vi si insedia per conto della nuova Repubblica Partenopea, Giovanni Antonio de Cossio che apre le porte del forte al brigante Don Donato de Donatis. Costui guidava un raggruppamento di sanfedisti che cacciarono i francesi e dichiararono decaduta la repubblica ripristinando la monarchia, questi erano dediti ad ogni sorta di efferatezza, come al solito, ai danni delle popolazioni.
Restaurato il Regno nel 1806 cade sotto lo strapotere di Napoleone che fa assediare la fortezza difesa dal capitano irlandese Matteo Wade che nonostante l'esiguo numero di uomini, di mezzi e di risorse, riesce a resistere per quattro mesi costringendo i francesi ad un lungo assedio, alla fine risolto con la resa di Wade che con una trentina di uomini malconci lascia trionfalmente la piazzaforte.
Cacciato Napoleone e completata la Restaurazione nel 1820 mentre si ricompongono i danni inflitti dai francesi altrove andava già muovendosi il processo unitario che nel 1861 eleverà la fortezza agli onori delle cronache storiche e militari. Nel 1860 i piemontesi attaccano il Regno di Napoli e quindi anche la fortezza viene stretta d'assedio a partire dal 15 ottobre dal Generale Cialdini, il presidio borbonico era invece comandato dal Maggiore Luigi Ascione con 430 uomini agli ordini del capitano Giuseppe Giovine e da Leonardo Zilli, frate francescano. L'assedio procede senza alcun successo ed i piemontesi sono costretti a chiamare il famigerato Generale Pinelli che stava reprimendo il brigantaggio nelle montagne e manterrà il suo spietato stato di polizia anche coi civitellesi che a seguito di numerose proteste ottengono la sostituzione col Generale Mezzacapo. L'assedio si fa sempre più aspro e intanto andavano cadendo le ultime resistenze borboniche, il 13 febbraio, caduta la fortezza di Gaeta e il 12 marzo quella di Messina, rimane solo Civitella. Il 16 viene firmata la resa a tavolino della fortezza ed il giorno dopo veniva dichiarato costituito il Regno d'Italia, ma nonostante questo la guarnigione rifiutava di arrendersi, il 20 da una breccia i piemontesi penetrano in città ma per altri due giorni i soldati borbonici resistono nella fortezza. Pur di farla cadere l'esercito piemontese mina le sue mura e cannoneggia le sue strutture fino a che gli ultimi sopravvissuti finiscono di combattere tra le macerie, ultimi uomini del regno borbonico a resistere all'Italia unita.
Ormai persa ogni importanza strategica la struttura viene abbandonata ed utilizzata in seguito come cava di materiali edilizi. Restaurata tra gli anni '70 e '80 del Novecento oggi è meta di visitatori da ogni parte del mondo.
Si raggiunge la fortezza solitamente entrando in paese da Porta Napoli, affiancata dalla chiesa di San Lorenzo e sulla destra si inizia a salire per la strada che conduce alla rocca, qui si affacciano alcuni interessanti palazzi nobiliari. Quando la via inizia a rimpianare si vede la grande rampa che si arrampica fino al primo sbarramento che consisteva in una cancellata oggi scomparsa della quale rimangono i binari sul pavimento che ne favorivano l'apertura. Questa permetteva l'accesso al primo terrazzamento che si allarga sotto le mura della fortezza. Oltrepassando il fossato si entra nella fortezza attraverso i resti del Bastione San Pietro o Basso dove si apriva la prima porta semidistrutta, un tempo raggiungibile solo passando per un ponte levatoio. Una posterula, un ingresso puramente pedonale, si trova dall'altra parte del bastione, su un lato delle mura orientali. Dalle porte si arrivava alla rampa che conduceva al secondo sbarramento. In questa zona si possono anche visitare il calabozzo del coccodrillo, la prigione del forte, l'interno del bastione che è punto di passaggio, un grande ambiente voltato che incorpora i ruderi della scalinata a chiocciola per la balconata superiore ed un grande camino nonché alcuni resti del portale perduto.
Varcato il secondo ingresso ci si trova subito sulla rampa che fronteggia il terzo ed ultimo accesso, di lato però è possibile entrare nella prima piazza d'armi, spesso scenario di eventi e concerti. Sotto le mura del bastione superiore si apre una breccia che conduce alla scenografica cisterna del forte mentre dalla parte opposta le rampe permettono di raggiungere gli spalti sui bastioni meridionali. L'ultima porta è affiancata dai resti della cappella di Santa Barbara e da il bastione che ospita la grande campana, ormai si è nel cuore della fortezza e svoltando a destra si è sulla piazza d'armi principale da cui si può godere di uno spettacolare panorama dalla cima delle mura. Si può procedere per la rampa che attraversa i resti dei magazzini per arrivare al cospetto dei ruderi del palazzo del governatore, affiancato dalla chiesa di San Giacomo, qui si trova un'altra grande piazza d'armi. Sul retro del palazzo si allungano le caserme e le officine della fortezza, i forni e gli alloggiamenti degli ufficiali dove oggi sono allestite le sale espositive, il museo delle armi ed il negozietto.
Esplorabili sono anche tutti i camminamenti sulle mura e quelli sotterranei che offrono scenari suggestivi, proseguendo per un lungo spazio aperto si arriva alle mura occidentali, costruite a strapiombo sull'alta rupe di Civitella, qui un tempo si ergeva la scomparsa chiesa del Carmine.
Con lo sguardo che spazia dall'Appennino all'Adriatico termina la visita che riteniamo necessaria ad ogni visitatore ed abitante di queste terre.

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