San Cristoforo (della Conf. Buona Morte)
Dettaglio San Cristoforo (della Conf. Buona Morte) Dettaglio San Cristoforo (della Conf. Buona Morte) Dettaglio San Cristoforo (della Conf. Buona Morte) Dettaglio San Cristoforo (della Conf. Buona Morte)
Chiesa nel quartiere di Santa Maria Intervineas, nel centro storico di Ascoli Piceno.
Sede dell'antica confraternita "Orazione e Morte", fondata a Roma nel 1576 e presto diffusa nelle varie città d'Italia. Ha lo scopo di fornire i vari servizi funerari ai poveri, alle persone non identificate ed a chiunque non poteva permettersi le esequie religiose. La chiesa è inoltre conosciuta, per fornire da appoggio alla popolare Fontana dei Cani e per la sua meridiana, dipinta sulla parete e visibile dal corso cittadino. L'edificio odierno vede origine sul finire del XVI secolo, è nota una precedente chiesa di San Cristoforo, menzionata in alcuni registri ecclesiastici nel 1496. Nel 1593 la moglie del defunto Felice Novelli, Olorisia, parte della nobiltà cittadina, destina nel suo testamento un orto ed un'abitazione, allo scopo di edificare una nuova chiesa. Subito si aprono i cantieri, che concludono le strutture principali cinque anni più tardi, intanto viene inglobata anche la vecchia chiesa e ve ne rimangono alcune tracce nella parte posteriore. Intanto nel 1600 vi è fondata la Compagnia della Morte, subito incorporata dall'Arciconfraternita di Roma, nel mentre continuano anche i lavori e nel 1603 si costruisce la facciata. Nel 1640 ospita per breve tempo, grazie alla concessione della confraternita, la nascente congregazione ascolana dell'Oratorio di San Filippo Neri, poi emigrata in altri luoghi fino alla costruzione di un loro convento, oggi Palazzo San Filippo. In una vista della città disegnata nel 1646 dall'ascolano Emidio Ferretti, si nota la presenza di un campanile a lato della facciata. Nel 1703 nel testamento del nobile Filippo Mucciarelli, si dispone un lascito per la costruzione dell'altare centrale della chiesa. Autore delle bozze preliminari è l'architetto Lazzaro Giosafatti, sempre dallo stesso documento si scopre che una altro altare laterale, dedicato a San Nicola, era già stato completato dall'artista. Durante questi lavori, si sostituisce una precedente opera in legno intagliato, realizzata da Martino Bonfini da Patrignone, agli inizi del secolo precedente. Queste ed altre informazioni sugli interni in stile barocco, sono leggibili nell'opera di Tullio Lazzari del 1724. Verso la metà del secolo si dota anche di un prezioso organo, attribuito al noto artigiano veneto Gaetano Callido, attivo nel piceno in quel periodo, purtroppo non esiste nessun documento che lo provi. Nel 1790 si effettuano dei lavori di ampliamento e per l'occasione, c'è anche un rinnovamento degli interni, demolendo i precedenti altari in travertino e sostituendoli con dei nuovi in gesso. Nel 1824 viene installata sul lato della chiesa la fontana dei Cani, composizione scultorea attribuibile, secondo alcuni, ad Ignazio Cantalamessa. Questa risulta al centro del complesso religioso, comprendente anche la sagrestia ed un oratorio, oggi scomparsi. Ampi sconvolgimenti si hanno nel 1927, quando si decide di fornire corso Mazzini, di un accesso diretto col ponte Nuovo ed il quartiere di Campo Parignano. Distruggendo parte di diverse strutture si crea viale Sacconi, modificando l'aspetto originale della chiesa. In un contratto tra il comune e la confraternita, questa cede l'oratorio, la sagrestia ed il campanile per la necessità pubblica ed in cambio, ne chiedono la ricostruzione. Per il nuovo edificio si sceglie una piccola via adiacente al luogo sacro, che viene murata per ricavare spazio edificabile. Si parla anche di far ricostruire la torre campanaria, forse demolita durante le operazioni, ma il progetto infine non si concretizza. Dopo il terremoto di Montefortino del 1972, viene dichiarata inagibile ma riaperta due anni dopo, con solo alcuni lavori superficiali. Ma nel 1978, la situazione si aggrava e crolla parte del tetto durante una celebrazione, fortunatamente senza alcuna vittima. Si avviano le ristrutturazioni nel 1985, prevedendo solo la sistemazione del fatiscente tetto, con un intervento poco rispettoso del bene storico. I lavori si interrompono nel 1987 a causa della fine dei fondi, col terremoto del 1997 il problema si ripresenta, inoltre iniziano ad emergere problemi anche sulle mura e le decorazioni interne. Nello stesso anno viene restaurata la meridiana visibile sul muro esterno, mentre importanti lavori di sistemazione iniziano nel 2001 e durano ben tre anni, riportando la chiesa all'utilizzo dei fedeli. Di recente è stata scelta come sede per le celebrazioni della messa in latino, vi si svolgono anche sporadici concerti con il prezioso organo.
L'edificio ha un perimetro rettangolare, con mura erette in pietrame vario con una predominanza del travertino locale. Unica parete a non essere intonacata è quella su Via Sacconi, dove si può vedere la sagoma della chiesa medievale in pietra di travertino, con richiami allo stile romanico. La facciata principale si trova all'inizio di Via d'Argillano, è piuttosto minimale e solo il portale seicentesco, è corredato da una cornice in travertino lavorato. L'architrave è scolpito con la scritta "Domus Mea Domus Orationis Est", ovvero: "La mia casa è una casa di preghiera". Poco sopra un'altra targa sempre in travertino, indica l'indulgenza plenaria quotidiana e perpetura, per i vivi e per i morti. Due finestre si aprono nella parte alta della facciata: una più grande rettangolare, l'altra rotonda e più piccola, è situata a ridosso del colmo del tetto. Stando alle fonti, gli affreschi della parete laterale esterna sono tardo settecenteschi, ma altre versioni li posticipano ai lavori del 1928. Di questi rimangono solo poche tracce nella parte superiore, posti tra tre finestroni, mentre il resto dell'opera, è andato perso durante i restauri degli anni ottanta del secolo scorso. Ricostruita è la meridiana, che prima del restauro stava andando quasi perduta. In realtà le meridiane sono due, una in alto con le ore "Italiche" e l'altra tondeggiante poco sotto, con le ore secondo la raffigurazione moderna o "Francese". La prima va letta come le ore mancanti al tramonto, l'altra invece, mediante piccoli calcoli per rapportarla alla stagione, riporta direttamente l'orario come d'uso oggi. L'orologio però è funzionante solo in alcuni periodi dell'anno, dato che le successive sopraelevazioni dei palazzi circostanti, non ne permettono più l'illuminazione nel periodo invernale. La facciata sul retro non è intonacata, così si possono osservare i resti della chiesa medievale, inglobati nella muratura, insieme ai resti degli accessi alle parti demolite nel '28.
Varcato l'ingresso ci troviamo in un ambiente piuttosto colorato, le pareti e la volta mostrano vari motivi decorativi in stucco. Le pareti sono scandite da semipilastri con capitelli corinzi nella parte superiore, una serie di cornici in stucco e fregi, corrono lungo la parte alta delle mura ed una volta a camorcanna, ingentilisce il soffitto. I colori utilizzati per i particolari e per le varie soluzioni architettoniche e decorative, variano tra toni di azzurro, rosa e giallo. Appoggiata alla controfacciata si trova la cantoria, in stile con il resto della chiesa, dove appoggia il prezioso organo a canne settecentesco anch'esso dipinto. Nel presbiterio rialzato rispetto all'aula, ci sono due nicchie sono aperte sui lati occupate da altrettante statue; molto decorate sono le porte che un tempo conducevano alla sagrestia, oggi murate. Visibili anche alcune tombe sulle pareti, tra queste quella con l'angelo, porta la firma degli scultori Emidio e Giorgio Paci. L'altare centrale mostra il dipinto di "San Cristoforo e Sant'Emidio", realizzato nel XVII secolo da Ludovico Trasi. Dello stesso autore è il quadro dell'altare di destra, definito uno dei capolavori del pittore ascolano, raffigurante il "Miracolo di San Nicola di Bari". Lo affianca anche un altro dipinto settecentesco, "Le Anime Purganti" di Nicola Monti, un tempo esposta nell'altare centrale. Nell'altare di Sinistra invece c'è "La Madonna dei Sette Dolori", risalente al XVII secolo ma di autore ignoto, composto da varie scene delimitate da riquadri.