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Nonostante l'importanza universalmente riconosciuta del suo pregevole soffitto, della chiesa di San Donato si sa abbastanza poco.
La tradizione ed anche la storia solitamente più diffusa, vuole che nel quattrocento sia stata qui edificata un'edicola dedicata alla Madonna del Rosario che già vantava un soffitto in mattoni decorati nel secolo successivo. Nel XVII secolo a seguito di un ampliamento il vecchio soffitto viene sostituito da uno nuovo, ossia quello attualmente visibile, per volontà della confraternita del Santissimo Rosario di Castelli, composta anche da diversi decoratori di maioliche che parteciparono alla realizzazione dell'opera.
Ricerche più accurate recentemente svolte dallo storico Diego Troiano, fanno però avanzare l'ipotesi che il soffitto sia stato qui spostato in un secondo momento, infatti la chiesa non è attestata prima del 1677, quando viene ricordata in un atto notarile, alcuni suoi arredi invece riportavano la datazione del 1688 ed infine viene registrata dalle visite pastorali solo nel 1695. Quindi la storia dei soffitti è precedente all'origine di San Donato e le loro tracce ci portano a Castelli, dove secondo i documenti, avevano sede le confraternite del Santissimo Rosario e del Santissimo Sacramento, finanziatrici dell'opera. Prima della costruzione della chiesa di San Giovanni Battista avvenuta nel XVII secolo, le confraternite avevano sede nella scomparsa chiesa di San Pietro Apostolo, antica parrocchiale castellana, dove c'era anche un altare dedicato al Santissimo Rosario.
Agli inizi vi è poca distinzione tra le due confraternite ma a partire dalla seconda metà del seicento vediamo che quella del Santissimo Sacramento si era trasferita nella chiesa della Madonna delle Lacrime o San Rocco, mentre l'altra era rimasta nella chiesa di San Pietro. Quindi secondo la nuova ipotesi è probabile che le due opere d'arte siano state realizzate dalle confraternite, come dono alla chiesa di San Rocco e solo in un secondo momento, probabilmente nel tardo seicento a seguito di un rifacimento dei soffitti, siano stati spostati nell'attuale sede. Il primo soffitto, è più antico e risale al XVI secolo, viene attribuito alla bottega di Orazio Pompei ed altre botteghe coeve, fu riutilizzato come pavimento dell'altare di San Donato, il secondo soffitto invece è databile tra 1615 e 1617 per mano di diverse botteghe. Si ricorda quella dei Di Filippo per quanto riguarda quelle prodotte nel 1615, ed i maestri Filippo e Giovanni Antonio di Francesco che realizza diversi ritratti e Stefano Cappelletti autore di animali e paesaggi. Su una delle formelle si trova l'intestazione dell'opera in onore di Dio e della Madonna da parte delle genti di Castelli.
Durante il XIX secolo viene smontato il pavimento cinquecentesco dell'altare che sarà poi conservato nel municipio di Castelli fino alla sua collocazione nel Museo della Ceramica dove è tuttora possibile ammirare. Nel 1963 viene visitata dallo scrittore Carlo Levi che rimasto colpito, la definisce "La Cappella Sistina della Maiolica" e cinque anni più tardi si procederà al restauro del tetto, un ultimo intervento sull'edificio è avvenuto nel 2003.
L'edificio a pianta rettangolare è realizzato in pietra, un portico nasconde la facciata ed un oculo che illumina l'interno, poco sopra si intravede una formella dipinta, nell'ambiente coperto dove si apre il portale e le e le due finestre quadrate che lo affiancano realizzati in pietra lavorata. Oltre ad un cornicione che corre lungo la navata esterna, Il resto della struttura non presenta altre decorazioni, sul retro si trova la canonica dove si alza il modesto campanile a vela, che ospita solo una piccola campana. Dopo essere entrati si alza subito lo sguardo verso il soffitto, la sua struttura a capriate de realizzata in legno si divide in due falde ed ognuna divisa da una fitta serie di travette dove si appoggiano le fila degli splendidi mattoni decorati.
Questo monumento documenta l'alto livello raggiunto dai maestri di questo centro montano abruzzese attraverso lo stile compendiario, tipico dell'epoca, oltre alle notevoli capacità produttive ed industriali delle quali era capace agli inizi del seicento. Le raffigurazioni variano dagli animali alle figure religiose, dai ritratti all'araldica per passare decorazioni floreali e geometriche fino ad arrivare ai simboli ed agli scritti che riportano preghiere alla madonna ed anche proverbi, raffigurati su uno o più mattoni.
All'interno sono custoditi anche un busto del santo titolare e su un'altare laterale baroccheggiante una Madonna con Bambino, ce n'è un'altra più grande, stavolta affrescata, dietro l'altare principale, sui lati due piccole porte permettono l'accesso alla sacrestia. Capolavoro dell'arte circondato da quello naturale della catena del Gran Sasso, imperdibile!

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