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Tra le più importanti chiese del territorio, conosciuta anche col nome di San Pietro di Campli.
Si trova nei pressi della frazione di Campovalano, immersa in una pianeggiante campagna, davanti al suo sagrato si stendono i resti della nota necropoli picena, tra le più grandi testimonianze di questo popolo. Una primitiva chiesa esisteva già nel VIII secolo, confermata dal ritrovamento di due transenne in pietra lavorata risalenti a questo periodo, oggi custodite al Museo Archeologico dell'Aquila. Sono stati anche rinvenuti alcuni elementi della chiesa precedente sparsi nei dintorni, come l'antica abside, disseppellita a poca distanza dall'attuale e diverse pietre lavorate, reintegrate nell'attuale struttura. Non vi sono altre informazioni della sua antichità, nelle documentazioni è menzionata a partire dal 1050 quando Corbo figlio di Conone, dona all'abate cassinese Richerio la sua quota della chiesa. Questa viene sottoposta all'abbazia di San Benedetto a Tronto, oggi San Mauro, nell'odierno comune di Monsampolo del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno. Nel 1127 già si nota però l'ingerenza del vescovo di Teramo, che concede al prevosto della chiesa la facoltà di far eleggere i parroci delle cappelle, comprese amministrativamente a San Pietro. Inoltre concede il diritto di potervi seppellire i cittadini di Campli, di Guazzano e di Rocca Santa Felicita. Compare ancora dieci anni dopo nella Bolla imperiale di Lotario III, dove venivano riconfermati tutti i beni posseduti dall'Abbazia di Montecassino. Nel corso del XIII secolo è completamente ristrutturata, dell'edificio precedente rimane oggi solo la parte absidale. In un documento del 1321 il vescovo di Teramo nomina fra Antonio come preposto, inoltre gli permette di gestire anche la prepositura di Sant'Onofrio di Cesenà, nel 1324 e nel 1326 compare nei registri delle tasse diocesane. Nel 1367 è sottoposta al monastero dei Santi Quirico e Giuditta di Antrodoco, in provincia di Rieti, retto dall'ordine dei premostratensi. Il vescovo di Teramo però continua a nominare i preposti, nel 1394 risulta infatti Antonio Jacuzzi, un vicario vescovile. L'anno seguente i benefici della chiesa vengono dati a Iacopo di Campli, nel 1407 invece è Monte di Giovanni da Campli, altro vicario del vescovo salito poi all'alta carica di cappellano del Papa. Sempre lui nel 1429, riceve gli statuti del monastero dall'abate dei Santi Quirico e Giuditta, ed inoltre permette nel 1449 la fondazione di un convento dei Frati Minori Osservanti, a Santa Lucia di Campli, soggetta nello spirituale a San Pietro. La chiesa ricompare nei carteggi di Alfonso V d'Aragona nel 1452, quando chiede al vescovo di Teramo di nominare Iacopo Antonio, pievano di San Lorenzo e cappellano del cardinale Francesco Orsini, a beneficiario dei titoli della chiesa di Sant'Anastasio di Civitella. Giovanni di mastro Leonardo di Campli infatti ne aveva usurpato la carica, sostenendo che egli era stato nominato direttamente dal rettore di San Pietro. Sempre dai documenti di Alfonso V, c'è l'ordine a Campli di rispettare la figura del chierico da lui nominato, anche per le chiese di Santa Lucia e San Leonardo, diventate di Regio Patronato. Il Re inoltre assolve un uomo di Nocella nel 1454, reo di aver ferito a morte un partecipante alla fiera di San Pietro. Il preposito della chiesa nel 1483, riceve dalle monache di Santa Chiara di Civitella, il pagamento per la chiesa di San Salvatore alle Cese, dipendenza del monastero. Le rendite della chiesa sono concesse dall'imperatore Carlo V ad un suo parente, Gonzalo Pérez di Segovia nel 1533, mentre nel 1545 la prepositura è in mano a Battista Tosti, membri di un'importante famiglia camplese. Col matrimonio tra Margherita d'Austria, signora di Campli e Ottavio Farnese, si registra che la chiesa era salita al titolo di collegiata, prendendo possesso dei proventi della chiesa di San Martino di Morge e viene nominato il cappellano. Nel 1566 vengono registrate dalla Camera Sommaria le rendite annue prodotte dalla chiesa, percepite dai tre canonici e dal cappellano che l'amministrano. Sugli statuti della cittadina camplese, redatti nel 1575, si legge che il territorio di San Pietro era tra i confini dell'amministrazione. Una relazione del 1587 nomina all'interno della struttura gli altari del santo titolare, dell'Assunta, della Trinità, di San Giacomo e di Santa Petronilla. Clemente VIII crea la diocesi di Campli e Ortona nel 1600, San Pietro e Campovalano finiscono tra le parrocchie ad essa sottoposte, sottratta alla diocesi di Teramo. Già iniziata da tempo, la decadenza della struttura è segnalata nelle visite pastorali del 1611, 1614 e 1627. Si scrive che il preposito nominato dal Re aveva abbandonato la chiesa, continuando però a riscuoterne i benefici. Probabilmente questi verranno sequestrati dal vescovo, perché nel 1664 il Viceré scrive alla diocesi invitando a restituirle e di non celebrare nella chiesa. Nel 1777 con la fine degli stati farnesiani, incorporati nei beni della corona, viene soppresso il canonicato della chiesa e le relative nomine, i benefici vengono distribuiti tra il rettore ed il capitolo della cattedrale camplese. Diventa semplice parrocchiale di Campovalano, che comprende anche la chiesa del villaggio di Coccioli. Nel secondo dopoguerra viene restaurata, rimosso l'intonaco che ricopriva le mura ed inoltre recuperata l'area absidale, altri lavori conservativi ci sono nel 1986. Viene lesionata nel 2009 durante il terremoto dell'Aquila, viene subito risistemata e riaperta al culto nel 2010.
L'opera era circondata da una muraglia della quale rimangono diversi tratti, l'ingresso è chiuso da una cancellata ed immette in un piccolo cortile interno. Poco prima di entrare si nota sul muro a destra, in alto, una pietra scolpita con una croce contornata da rosette, probabilmente decorazione di un'arcata scomparsa. Il cortile è delimitato ai lati da due fabbricati e dal campanile, davanti si alza la semplice facciata. Dominata da un grande arco di gusto gotico murato, dove alla base è stato ricavato un modesto ingresso, i resti di due pilastri fanno supporre la passata presenza di una copertura, oppure di un loggiato. All'interno la struttura è a tre navate, separate da due file di archi a sesto acuto sorretti da massicci pilastri c,ostruiti con un'alternanza di mattoni e pietre, decorazione riproposta in altre parti della chiesa. Verso il fondo della navata centrale vi sono due pilastri incompleti, resti di un'arcata scomparsa; da qui in poi i fitti archi gotici, lasciano spazio ad un grande arco a tutto sesto. L'area presbiteriale è rialzata, sotto di essa vi è la cripta visibile da una stretta finestra rettangolare che si apre alla base dell'altare. Quest'ultima è in pietra e si trova in posizione centrale, sopra è appeso un grande crocifisso in legno dipinto. Sul retro vi sono tre absidi, la più grande al centro mentre le altre due, piuttosto piccole, si aprono alla fine delle navate laterali. In quella di destra sono custodite alcune statue di legno dipinto, raffiguranti i Santi Pietro e Paolo ed una Madonna con Bambino tra Angeli, risalente al 1600. Sempre sulla navata destra è murato un frammento scolpito di epoca romana, riferito a Giulio Cesare. Rimangono solo alcune tracce degli affreschi che probabilmente un tempo ricoprivano la maggior parte delle superfici. Tardo duecentesca è la Madonna con Bambino, visibile su un pilastro della navata destra, il Sant'Onofrio invece risale al quattrocento. Sulla navata sinistra è murato un interessante sarcofago del IV secolo d.C., forse utilizzato per il trasporto di reliquie in epoca medievale, una parte ora scomparsa aveva incisa una dedica. Uscendo, si vede un lunotto affrescato sopra il portale, dove è rappresentato "Le Marie col Cristo Morto" risalente al 1499.

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