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Frazione sperduta nei crinali della valle di San Vito della Valle Castellana.
Settecerri fu così chiamato per la presenza del cerro, una varietà di quercia; emerge probabilmente durante il medioevo, compreso nelle pertinenze feudali della Rocca di Macchia e dell'eremo di Sant'Angelo in Volturino.
In epoca aragonese l'area di San Vito si era distaccata dal feudo di Macchia diventando un'identità amministrativa autonoma ma sempre sottoposta al feudo di Macchia, nella sua giurisdizione era compreso anche Settecerri con le sue contrade.
Agli inizi del quattrocento la giurisdizione di quest'area erano stati ceduti ai da Carrara, signori di Ascoli, per volontà di Re Ladislao d'Angiò.
Nel 1447 viene infeudata alla contea di Montorio retta al momento dai Camponeschi fino al 1490 quando passa ai Carafa, dalle visite pastorali del 1580 da parte del Vescovo di Ascoli, sappiamo che Settecerri e la chiesa di San Martino comprendevano anche il villaggio di Lepora.
Finito il governo dei Carafa nel 1597, subentrano i Crescenzi alla guida della contea, nel 1668 viene devastato dalle truppe spagnole guidate dallo Zunica, con lo scopo di stroncare il supporto al brigantaggio diffuso nella popolazione. Il governatore di Civitella sarà incaricato di controllare che nessuno ricostruisca le case in quei luoghi senza permesso, alla fine del XVIII secolo diventa parte dell'Università di San Vito e quindi ne seguirà le vicende politiche e territoriali. Nel 1761 ai Crescenzi seguirà la famiglia degli Spiriti fino all'eversione della feudalità durante l'occupazione francese.
All'arrivo delle truppe napoleoniche nel 1806, viene occupato da un contingente di francesi provenienti da Leofara, probabilmente in funzione di antibrigantaggio poiché nella zona era attiva la banda di Sciabolone; nel 1807 la contea di San Vito diventa un territorio sottoposto al Governo di Civitella.
Nel 1813 entra nel nuovo comune di Valle Castellana; nel 1861 il paese viene assaltato dalle truppe del generale Pinelli nell'ambito della lotta al brigantaggio post-unitario, esploso nuovamente nelle montagna all'arrivo dell'esercito piemontese.
Caduto in abbandono nella prima metà del novecento, nell'ultima parte del secolo è stato rivalutato dai discendenti dei suoi abitanti che lo hanno restaurato e vi tornano a passare le vacanze estive, vi è stata anche aperta una piccola attività ricettiva.
La sua posizione, veramente sperduta tra le montagne, lo rende una meta difficile da rintracciare, ma che lascia soddisfatto ogni visitatore; vi si arriva dopo una lunga salita tra rupi e boschi, fino ad emergere un piccolo pianoro lasciato a prato, che precede di poco il caseggiato.
La strada attraversa il prato e passando fra le case raggiunge il punto più alto del paese, dove si trova la singolare chiesa di San Martino e nei pressi anche la fonte del paese; da qui si prosegue per i vari sentieri che attraversano i boschi tutto intorno.
Nonostante sia ancora presente qualche rudere, buona parte del paese appare ben tenuto e ristrutturato con una certa sensibilità rispetto all'edilizia tradizionale. Due grossi gruppi di abitazioni costituiscono il centro dell'insediamento.
Tra le mura sono ancora visibili pietre con iscrizioni risalenti al XVIII secolo mentre le altre abitazioni sono di gusto moderno.
Il silenzio e la pace del luogo sono inconfondibili.

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