Gennaro nasce nel 1836 a Teramo.
Suo padre Pasquale insegnava Disegno nel locale Real Collegio, forse espulso da Napoli, sua città d'origine, poichè sospettato di appartenere alla Carboneria, Gennaro fu istruito dal genitore nell'arte del disegno e all'uso dei colori. Trasferitosi nel 1852 a Napoli, incomincia a studiare all'Accademia delle Belle Arti dove conosce gli artisti: Michele Cammarano, Gabriele Smargiassi e i fratelli Filippo e Nicola Pizzi, determinanti per la sua formazione. L'incontro con Domenico Morelli, pittore e politico italiano, tra i più importanti artisti napoletani del XIX secolo, lo influenzerà particolarmente.
Continua il suo percorso nel mondo dell'arte a Milano, dove conosce i pittori Girolamo e Domenico Induno, poi si trasferisce a Firenze nel 1863, rimanendovi per alcuni anni, qui conosce gli artisti: Vincenzo Cabianca, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini, vi incontra anche la concittadina Giannina Milli. Tra le opere del periodo fiorentino si ricorda ""Salvator Rosa tra i briganti"", acquistato dagli emissari di Casa Savoia per conto del Re Vittorio Emanuele II.
Rientrato definitivamente a Teramo, prende il posto di suo padre come insegnante nell'Istituto Tecnico ed anche nella scuola comunale di Disegno, tra i suoi allievi si ricordano l'architetto Vincenzo Rosati ed il poeta e linguista Fedele Romani. Nella sua decennale carriera artistica realizzò numerosi dipinti per varie chiese della diocesi teramana: a Mosciano Sant'Angelo per la chiesa dell'Addolorata, a Teramo per le chiese della Madonna della ""Cona"", di Sant'Agostino, San Matteo, per il Santuario della Madonna delle Grazie e per la Cappella del Riparo. In quegli anni, si appassionò anche di fotografia.
Il suo dipinto più conosciuto ed apprezzato è il ""Bruto che condanna i figli"" realizzato nel 1886 per la nuova sala della Corte d'Assise del Tribunale teramano, oggi sala di conferenze della Pinacoteca Civica. Si dedicò in modo particolare alla pittura storica, dove emerge un intensa attività di ritrattista e paesaggistica, numerosi sono i lavori in cui ripropone angoli storici del territorio del Gran Sasso e dei Monti della Laga. Nel corso degli anni ottanta dell'Ottocento, sulle rovine dell'antica chiesa di San Venanzio a Teramo, iniziò la costruzione del suo castello in stile neogotico, oggi proprietà comunale. Fu un esponente del modo laico e affiliato alla loggia massonica ""Melchiorre Delfico"". Molto attivo e presente nella cittadina: disegnò anche le divise della banda cittadina, fece parte di comitati elettorali, prima con esponenti progressisti e poi in favore di Felice Barnabei archeologo e Redattore responsabile dei Musei Nazionali di Antichità a Roma. In seguito eletto in varie legislature nel parlamento italiano dal 1909, fino alla sua scomparsa avvenuta nel maggio del 1917.
Fu un componente della Commissione provinciale per la tutela dei monumenti.
Suo padre Pasquale insegnava Disegno nel locale Real Collegio, forse espulso da Napoli, sua città d'origine, poichè sospettato di appartenere alla Carboneria, Gennaro fu istruito dal genitore nell'arte del disegno e all'uso dei colori. Trasferitosi nel 1852 a Napoli, incomincia a studiare all'Accademia delle Belle Arti dove conosce gli artisti: Michele Cammarano, Gabriele Smargiassi e i fratelli Filippo e Nicola Pizzi, determinanti per la sua formazione. L'incontro con Domenico Morelli, pittore e politico italiano, tra i più importanti artisti napoletani del XIX secolo, lo influenzerà particolarmente.
Continua il suo percorso nel mondo dell'arte a Milano, dove conosce i pittori Girolamo e Domenico Induno, poi si trasferisce a Firenze nel 1863, rimanendovi per alcuni anni, qui conosce gli artisti: Vincenzo Cabianca, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini, vi incontra anche la concittadina Giannina Milli. Tra le opere del periodo fiorentino si ricorda ""Salvator Rosa tra i briganti"", acquistato dagli emissari di Casa Savoia per conto del Re Vittorio Emanuele II.
Rientrato definitivamente a Teramo, prende il posto di suo padre come insegnante nell'Istituto Tecnico ed anche nella scuola comunale di Disegno, tra i suoi allievi si ricordano l'architetto Vincenzo Rosati ed il poeta e linguista Fedele Romani. Nella sua decennale carriera artistica realizzò numerosi dipinti per varie chiese della diocesi teramana: a Mosciano Sant'Angelo per la chiesa dell'Addolorata, a Teramo per le chiese della Madonna della ""Cona"", di Sant'Agostino, San Matteo, per il Santuario della Madonna delle Grazie e per la Cappella del Riparo. In quegli anni, si appassionò anche di fotografia.
Il suo dipinto più conosciuto ed apprezzato è il ""Bruto che condanna i figli"" realizzato nel 1886 per la nuova sala della Corte d'Assise del Tribunale teramano, oggi sala di conferenze della Pinacoteca Civica. Si dedicò in modo particolare alla pittura storica, dove emerge un intensa attività di ritrattista e paesaggistica, numerosi sono i lavori in cui ripropone angoli storici del territorio del Gran Sasso e dei Monti della Laga. Nel corso degli anni ottanta dell'Ottocento, sulle rovine dell'antica chiesa di San Venanzio a Teramo, iniziò la costruzione del suo castello in stile neogotico, oggi proprietà comunale. Fu un esponente del modo laico e affiliato alla loggia massonica ""Melchiorre Delfico"". Molto attivo e presente nella cittadina: disegnò anche le divise della banda cittadina, fece parte di comitati elettorali, prima con esponenti progressisti e poi in favore di Felice Barnabei archeologo e Redattore responsabile dei Musei Nazionali di Antichità a Roma. In seguito eletto in varie legislature nel parlamento italiano dal 1909, fino alla sua scomparsa avvenuta nel maggio del 1917.
Fu un componente della Commissione provinciale per la tutela dei monumenti.
Bibliografia e fonti
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