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Monteleone di Fermo oltre ad essere sede di notevoli bellezze storiche, ospita dei siti di particolare importanza geologica: i così detti "vulcanelli di fango".
Questi geositi sono stati osservati in diverse zone delle Marche, in particolare risultano presenti nell'area periadriatica, dove affiorano principalmente materiali arenacei, risalenti a periodi geologici relativamente "recenti", formatosi tra i 5 milioni e 11 mila anni fa (Pliocene- Pleistocene). Non hanno delle morfologie peculiari, ma risultano caratteristici per la loro origine ed evoluzione, studiata da diversi autori per molto tempo, rappresentano un bene ambientale molto vulnerabile.
I primi studi nel territorio italico risalgono al '700, poi nel '900 vennero meglio approfonditi dai geografi Olinto Marinelli e Renato Biasutti; per quanto riguarda quelli nell'area marchigiana, essenziali furono le ricerche del geologo Bonasera e Damiani negli anni '50-'60. Negli anni '70 le indagini dell'ENI, effettuate in tutto il territorio italiano per la ricerca di idrocarburi, portarono fondamentali informazioni ad arricchire i dati qualitativi e quantitativi del sottosuolo a grandi profondità. A differenza di come molti pensano, il fenomeno non c'entra nulla con l'attività vulcanica, sebbene il nome possa portare fuori strada, probabilmente la confusione è dovuta alla modalità di emissione di materiale, che si presenta come una "eruzione" fangosa dal sottosuolo. Le cause della loro formazione sono però riconducibili principalmente a processi morfologici, sismici ed idrogeologici.
Si sa infatti che tutta l’area è costituita da un complesso sistema sotterraneo che genera differenti strutture idrogeologiche, a piccola e a grande scala, permettendo una circolazione delle acque sia in superficie che in profondità. All'interno del materiale arenaceo, che costituisce quasi tutta l'area periadriatica, si hanno alternanze di materiali più o meno argillosi e sabbiosi, questo favorisce la formazione di diverse falde, ricaricate dalle acque meteoriche.
La formazione dei vulcanelli quini non è altro che la conseguenza della eccessiva pressione delle acque all'interno di questi livelli sabbioso-argillosi, generata da un forte "shock" sismico o da un aumento del carico idrico prodotto dalla piovosità. L'eccessiva pressione dell’acqua innesca un movimento di risalita , che prende in carico i materiali sciolti presenti (sabbie, limo, argille) e più leggeri rispetto alle rocce incassanti, il flusso si fa strada tra le fratture preesitenti o ne crea delle nuove. Infatti si nota che l’attività in molte aree risulta attiva nei periodi di intensa piovosità e inattiva nei periodi più siccitosi; possono anche essere perenni o effimeri: quelli presenti nel territorio di Monteleone sono associati principalmente ad un sistema di tipo idrogeologico e quindi perenni, mentre quelli di tipo effimero, si manifestano solo durante forti eventi sismici.
Per raggiungere si deve prima scendere lungo il fondo valle, passando per la strada brecciata che si imbocca tra il paese e Montelparo, lungo il percorso ci sono diversi vulcanelli, questo è uno dei più grandi e si trova a ridosso della strada, è areale e presenta più "bocche" d'uscita, un'altro vulcanello, separato da questo, si trova a poca distanza nel campo pianeggiante che si apre davanti.
Una volta giunti a Monteleone, sarebbe un vero peccato non visitare questi piccoli geositi, dopo averne compreso la curiosa origine, oggi inseriti nel "Parco Naturale dei Vulcanelli di Fango".

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