Castel di Croce
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Frazione del comune di Rotella, appollaiata sugli alti crinali del monte dell'Ascensione.
In posizione dominante tra lo spartiacque del fiume Tronto e del Tesino, sul limitare dei boschi che risalgono la montagna, vanta tra i più interessanti panorami della provincia. Come altri centri del circondario è privo di parte dell'abitato a causa delle frane, succedutesi nel corso dei secoli. La tradizione vuole una fondazione mitica da parte del conte Maginardo, vincitore contro i saraceni nella battaglia di Montemoro. Figura mitica al quale è dedicata la piazza del paese che infine, come riferisce lo storico Marcucci, dona il castello al vescovo ascolano. La leggenda lega il paese alla vicina rocca di Montemoro, che si vuole retta da un feudatario di Maginardo; i due territori attigui saranno legati fino all'Unità d'Italia. Il crinale dove sorgono, riveste un ruolo cruciale durante il medioevo soprattutto per la città di Ascoli. Punto di osservazione privilegiato grazie alla sua altezza. Da qui è possibile scorgere una buona fetta del territorio, affacciandosi sui castelli di rivali. Dapprima sono i monaci farfensi di Santa Vittoria in Matenano ed in seguito, nella parte finale del medioevo, lo stato dei castelli fermani. Segnalato per la prima volta nel 1185, nella bolla dell'imperatore svevo Federico Barbarossa che conferma vari beni al vescovo ascolano. Rimanendo a lungo nell'orbita dei domini diocesani, nel 1230 è il vescovo Marcellino a ricevere il giuramento di fedeltà dai suoi vassali di ""Cruce"". Stessa cosa avviene nel 1237 per il suo successore: Matteo; nel 1351 ancora diversi abitanti del castello, si dichiarano vassalli dell'alto prelato. Come conseguenza delle lotte interne alla città ascolana, nel 1359 viene assaltato e preso da una banda di fuoriusciti, che si danno ad omicidi e saccheggi. La risposta delle autorità è di pari violenza e sono incendiate le case dei responsabili, depredati i loro beni mentre sono abusate anche le donne. Nel 1348 sale a capo del comitato ascolano Galeotto Malatesta, che domina col pugno di ferro fino al 1353, quando viene scacciato dagli ascolani. Segue la piccola parentesi della signoria dei Tibaldeschi, al potere dal 1360 fino all'anno successivo. Nei catasti del 1381 si apprende l'esistenza della cinta muraria comunitaria, non possiede però un palazzo comunale e le riunioni, avvengono probabilmente nella chiesa parrocchiale o in piazza. Continua ad amministrare i territori del castello di Montemoro e la sua rocca, che ormai aveva perso di importanza. Continuano le vicende politiche del capoluogo, nel 1395 finisce per poco tempo nelle mani di Andrea Matteo Acquaviva, presto costretto alla fuga dagli ascolani. Nel 1404 è la volta del potente Ladislao d'Angiò Durazzo, Re di Napoli che infine cede la città in feudo a Conte da Carrara. Con la sua famiglia occupa il potere fino al 1425 e dopo un breve periodo di ritorno all'autonomia, si finisce sotto il dispotismo di Francesco Sforza dal 1433 al 1447. Nei catasti del 1482 si legge che fa parte dello stato ascolano, inquadrato nella categoria dei castelli di III grado, quelli più piccoli. Sede di un podestà inviato da Ascoli, che amministra la giustizia nel suo territorio ed in quello di Montemoro. A cavallo tra XV e XVI secolo si assiste all'ultima signoria ascolana, quella dei Guiderocchi tra 1498 e 1505. La turbolenza politica intanto lascia spazio al dilagante fenomeno del brigantaggio che, complice il terreno aspro e boscoso, segna interi capitoli di storia locale. Sul finire del secolo diventa presidio contro i fuorilegge, difeso dalle terribili milizie corse, spesso più violente dei loro nemici. Nel 1593 nelle vicine campagne di Montemoro, viene ucciso il famoso bandito Marco Sciarra da alcuni suoi gregari, capeggiati da Battistella da Montevidone, che ottengono così la grazia per i loro crimini. Nel secolo successivo il luogo è ormai pacificato dai briganti, permettendo una vita tranquilla, iniziando a godere della bellezza del circondario. Se ne accorge il vescovo Tomaso Marana, in carica dal 1728 al 1755, che rimastone colpito vi fa costruire una residenza, per ospitare la delegazione diocesana durante le visite pastorali. Nel 1779 ottiene importanti privilegi da Papa Pio VI, che concede con una bolla l'indulgenza plenaria, ricevibile durante la festa del patrono. Nel 1798, con la creazione della Repubblica Romana, viene soppressa l'antica amministrazione ed il nuovo municipio, entra a far parte del Cantone di Montalto, compreso nel più ampio Dipartimento del Tronto. In questo periodo su iniziativa di alcuni abitanti del castello, viene trafugata dalla pericolante chiesa eretta sulla cima del monte, la venerata statua della Madonna dell'Ascensione. Portata nell'abitato e sistemata in un'edicola, l'azione causa un forte risentimento nella popolazione di Rotella, che a sua volta si appropria della statua, esponendola nella chiesa della Madonna di Loreto. Castel di Croce protesta col vescovo di Ascoli, chiedendo a gran voce il ritorno della statua e la scomunica per i colpevoli del furto. Le richieste vengono inoltrate alla diocesi di Montalto, della quale Rotella fa parte, ma la missiva non ottiene risposta. Interviene quindi il governo ascolano, decidendo di lasciare la statua per il momento a Rotella, fino alla risistemazione della chiesa sulla cima. La protesta si raffredda per qualche tempo, per poi riesplodere al termine dei moti repubblicani. Oltre ai due contendenti, si aggiunge adesso anche Capradosso, costringendo così il vescovo ascolano a protestare ancora verso la diocesi montaltese. Ottiene risposta però dal governo di Rotella che rifiuta nuovamente la restituzione. Alla fine quest'ultimo viene costretto a cedere, riconsegnando quindi la statua ad Ascoli dove viene esposta in cattedrale fino al 1817 ed infine, donata alla parrocchiale di Polesio. Intanto nel 1808 è arrivato Napoleone, si assiste nuovamente alla fine delle amministrazioni pontificie e si ripristinano i dipartimenti repubblicani. Caduto l'imperatore francese, nel 1816 si procede alla Restaurazione e su ispirazione delle riforme napoleoniche, il governo pontificio crea le Delegazioni Apostoliche. Castel di Croce viene compreso nel Governo di Montalto e dopo le riforme del 1833, riceve come ""Appodiata"" la vicina comunità di Montemoro, che vede perdere la sua autonomia. La situazione rimane invariata fino a dopo l'Unità d'Italia, quando nel 1869 il nuovo regno, procede ad una ristrutturazione dei municipi. Il comune di ""Castel di Croce e Montemoro"" viene soppresso e smembrato, la prima passa con Rotella mentre la seconda con Force, come è ancora oggi. Sempre A Force nasce nel 1878, da una famiglia di Castel di Croce, Maria Assunta Pallotta divenuta beata nel 1921, grazie all'interessamento di Papa Pio X. Nel 1934 è parroco del paese il brillante Don Sante Nespeca, che si spende per far ricostruire le fatiscenti chiese del paese. Durante la Seconda Guerra Mondiale, soprattutto dopo l'Armistizio del 1943, il centro diventa un posto sicuro per le attività di liberazione. Nella canonica viene istallata la radio, per comunicare con le truppe inglesi che stavano risalendo dal meridione, per un periodo è anche comando e arsenale della nota ""Banda Paolini"". Le autorità fasciste di Force ed Ascoli iniziano a sospettare delle attività, nel novembre dello stesso anno tentano una spedizione in paese, ma la resistenza si limita a pochi scontri. Le operazioni si faranno più intense l'anno successivo, il 3 marzo l'esercito tedesco coadiuvato dai fascisti, procede con un nutrito gruppo armato nell'area di Rovetino, per accerchiare e stanare i partigiani. Questi sono avvertiti in precedenza ed insieme a Don Sante, il Paolini organizza le difese, riuscendo a resistere per un certo tempo, prima di ritirarsi davanti alla disparità di uomini. Lo scontro causa una sola vittima allo schieramento, che si ritira a Castel di Croce. Il 12 marzo i nazifascisti effettuano un'altra spedizione in paese, stavolta colpendo con maggiore violenza. L'abitato è bombardato con i mortai ed assaltato e solo dopo un lungo scontro a fuoco, dove anche il parroco rimane ferito, viene conquistato. Dopo luglio in paese passano diversi prigionieri alleati, in fuga dai campi di prigionia di Monte Urano e Servigliano, in provincia di Fermo e da quello di Sforzacosta nel maceratese. A partire da agosto dalla località Fontevecchia, il parroco e la popolazione accompagnano centinaia i rifugiati, attraverso sentieri nascosti fino a Cupra Marittima, dove vengono imbarcati. Dopo la liberazione di Ascoli nel giugno del 1944, il Comando Alleato si reca a Castel di Croce per celebrare le azioni partigiane, ricompensando e conferendo riconoscimenti alla popolazione per l'impegno sostenuto. Nel secondo dopoguerra subisce un lento ed inesorabile spopolamento ma nonostante questo, oggi rimane ancora piuttosto abitato e ben tenuto.
Dominato ancora dalla sua torre medievale, sebbene meno alta di un tempo e piuttosto rimaneggiata. L'abitato è raggiungibile principalmente da due strade, la prima si distacca dalla provinciale che collega Ascoli a Rotella, la seconda dalla provinciale tra Force e Venarotta. Si arriva infine ad un grande slargo della strada, aperto tra il retro della chiesa di San Severino ed il fronte del parco pubblico, dedicato a don Sante e con al centro il monumento ai caduti. Sotto la chiesa una strada si insinua brevemente tra le case, raggiungendo la piazza principale del paese, dove si trova la nota ""Fontana del Vino"", attiva durante la festa paesana. Alla sua destra c'è la vistosa scalinata per il sagrato di San Severino, dal lato opposto si alzano i primi resti della cinta muraria medievale, dove si apre la porta castellana. Sempre dalla piazza c'è da ricordare di affacciarsi sulla balconata esposta a meridione, dove la vista spazia fino all'Abruzzo. Oltrepassato l'arco a sesto acuto dell'ingresso al castello, si percorre quello che un tempo era il corso principale. Si continua a salire fino alla seconda porta, affiancata dalla chiesa di Santa Maria del Popolo, che formano uno degli angoli più suggestivi dell'abitato. Attraversata anche la seconda porta, si continua a salire fino ad un ulteriore passaggio coperto, altre vie secondarie si diramano tra le abitazioni. Infine si arriva alla piazza alta del paese, dove svetta la torre con addossata un'altra fontanella pubblica. Il lato occidentale termina con una balconata, dove un tempo si trovava la porzione franata del paese, le abitazioni qui sono piuttosto rimaneggiate ma mostrano ancora parte dei materiali originali. Dalla parte opposta a dove si è saliti, una larga strada riscende fino al punto di partenza, mentre gli antichi edifici lasciano spazio a quelli recenti.

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