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Uno dei gioielli della provincia teramana, spunta tra i colli coltivati del versante settentrionale del Vomano, non troppo distante dalla costa adriatica. Ben conservato come pochi altri incasati, reso ancor più popolare dalla famosa rassegna che porta il suo nome dedicata all'arte, alla musica e alla cultura.
Nasce nell'alto medioevo come insediamento longobardo, nei primi documenti risalenti al XI secolo veniva chiamato "Castello Vecchio" ed era già ben sviluppato; se ne deduce quindi che fosse esistente da diversi anni. Se ne scrive per la prima volta quando il signore del feudo, Adalberto di Grimaldo, probabilmente un Trasmondi, utilizzando le leggi del diritto longobardo -svelando così le sue origini-, cede alla potente abbazia benedettina di San Salvatore in Casauria, nel 1046, metà dei diritti sul castello e sulle sue proprietà. Due anni dopo anche l'altra metà passa ai monaci con la donazione del fratello e della madre di Adalberto: d'ora in poi il centro prenderà il nome di Castello Vecchio Monacesco, ad indicare i nuovi padroni.
Nel corso del XII secolo l'abbazia aveva cominciato a perdere il suo potere e iniziò a vendere i suoi feudi ma non il paese che rimarrà sempre tra i beni abbaziali e nel 1273 viene citato insieme a Castellalto nel diploma di Carlo d'Angiò, sempre spiritualmente sottomessa all'abate di San Clemente fino al 1816 quando passerà sotto la diocesi teramana.
Quando la famiglia degli Acquaviva acquisisce potere nell'area e nel 1481 il re Ferrante d'Aragona li nomina Duchi di Atri, nei suoi possedimenti sarà compreso anche il feudo castelbassese che comincerà ad essere chiamato Castelvecchio da Basso mutato poi in Castelbasso. Nel 1533 Giovanni Antonio Donato Acquaviva vende il possesso ai Valignani di Chieti ma sfruttando una clausola di rescissione il cardinale Giovanni Vincenzo Acquaviva d'Aragona lo riporta qualche anno più tardi nei patrimoni famigliari. Di contro i Valignani se ne riappropriano dopo la morte del cardinale avvenuta nel 1546; divenuto uno dei possedimenti marginali della famiglia, viene venduto da Giovanna allo zio Cesare nel 1595 col permesso del Vicerè di Napoli. Qualche decennio più tardi i Valignani decidono di vendere il castello a Amico Ricci di Macerata nel 1652, ma poco dopo, siamo nel 1656, la peste si abbatte ferocemente dimezzando la popolazione e il valore dell'investimento, nonostante ciò il marchigiano viene investito da Filippo IV marchese del castello nel 1567. I Ricci sapranno far fruttare il bene e in un secolo riusciranno a raddoppiare le rendite dei terreni. Nel 1743 Amico Luigi Ricci mette il suo benestare sul rinnovamento del "Libro dei Capitoli", lo statuto che regolava la vita cittadina nel feudo, durante la redazione però era sorta una disputa con la vicina Castellalto poiché entrambe si contendevano il feudo di Guzzano: alla fine prevalse la seconda, facendo così slittare la consegna dei catasti alle cancellerie del regno solo nel 1748.
La rivoluzione francese pone fine alla feudalità nel 1806 dando termine al dominio dei Ricci ma contemporaneamente sopprime l'amministrazione castelbassese che sarà annessa al governo di Notaresco fino al 1811 quando le riforme murattiane la accorperanno come frazione al comune di Castellalto. Da qui in poi Castelbasso avrà una svolta rivoluzionaria e sarà sempre in testa alle rivolte contro il governo: nel 1814 una frangia della carboneria locale scatenerà una rivolta contro i francesi a Pescara, capeggiata da elementi della famiglia dei Clemente, originaria del paese. I Clemente ed altri rivoluzionari parteciparono anche ad altre rivolte nell'Abruzzo come i moti del 1820, la rivolta di Penne nel 1848 e sempre nello stesso anno Cesare Cancrini firma due inviti rivolti alla gioventù teramana che li esortava a partecipare al fianco dei Savoia alla prima guerra d'indipendenza.
Il rivoluzionario Belisario Clemente, esiliato prima ad Ancona poi a Firenze apprende l'arte della fabbricazione dei cappelli di paglia, impiantandone un opificio una volta ritornato in paese.
Nel 1861 si completava l'unità italiana, verrà formata la provincia di Teramo e il comune di Castellalto con le sue frazioni faranno parte fino al 1929, sottoposte al mandamento di Notaresco, al circondario del capoluogo che insieme a quello di Bisenti dividevano in due la provincia.
Con il XX secolo il paese si andò mano a mano impoverendo e così l'emigrazione che era cominciata il secolo prima divenne più frequente fino ai giorni nostri quando ci si presenta un borgo molto ben tenuto nonostante sia piuttosto spopolato, benché si animi grazie alle manifestazioni che vi si svolgono.
Cinto ancora da gran parte delle sue mura e da una strada che ne ricalca il perimetro creando una splendida passeggiata, rimangono due porte ad aprirsi nelle muraglie rinverdendo l'odore di medioevo che già è nell'aria. All'interno le piccole vie si diramano per tutto l'abitato convergendo nella centrale piazza Arlini dove la chiesa dei Santi Pietro e Andrea fa mostra della facciata e del bel portale, dalla piazza si può scendere verso Porta Marina, da qui si risale per una serie di terrazze fino a raggiungere l'altra grande piazza del paese. All'estremo nord del borgo si trova il grande torrione che fungeva da rocca del paese, ai suoi piedi la strada carrabile che penetra l'incasato passando accanto al noto Palazzo Clementi, una grande piazza a meridione funge da parcheggio e da balconata sulla val Vomano. Qui si può percorrere l'interessante via che passa per la porta sud e conduce alla signorile facciata di Palazzo Ricci e all'elegante piazzetta che la impreziosisce.

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