Un tempo cappella privata degli Acquaviva ed in seguito sacrario dei caduti delle guerre mondiali.
Le prime informazioni su San Liberatore risalgono al XIII secolo quando era una piccola e povera cappella, la sua situazione cambia quando gli Acquaviva vengono elevati al rango di duchi d'Atri, ed Antonio decide di costruire il suo palazzo, là dove si trovava già quello dei capitani mandati degli imperatori svevi, nei pressi della chiesetta. Il palazzo, privo di una sua cappella, costringeva i duchi a recarsi nella vicina chiesa della Santissima Trinità , raggiungibile passando attraverso i giardini ducali, ma questa ciò si rivela sconveniente sia per la scomodità dell'accesso sia perché vi erano ammessi al culto anche gli altri cittadini. Così divenuto duca Giosia nel 1444, inizia l'interesse per la vicina chiesetta di San Liberatore, adiacente al palazzo e ormai ridotta in pessime condizioni, viene quindi ricostruita e collegata tramite un corridoio sospeso, andato distrutto durante alcuni restauri settecenteschi. Nel 1470 Giulio Antonio, figlio di Giosia, vi fonda anche un'ospedale ed una confraternita di proprietà ducale, collegate alla chiesa che intanto veniva arricchita di opere d'arte oggi andate perdute. Si ricordano gli affreschi seicenteschi di Giacomo Farelli con i ritratti dei duchi, oltre ad altre immagini di papi e alti prelati e del Beato Rodolfo e di suo cugino: San Luigi Gonzaga. Nell'ospedale attiguo il Beato Rodolfo sarà molto attivo nella cura dei poveri, in memoria di questo istituto l'attuale ospedale civile di Atri porta ancora il nome di San Liberatore.
La dinastia ducale si estingue nel 1760 e le sue proprietà passano nelle mani della Camera Regia nel nuovo Stato Allodiale di Atri, l'ospedale e la confraternita vengono dismessi e la chiesa passa ai beni del capitolo della Cattedrale, inizia quindi un periodo di abbandono. Viene infine ceduta col palazzo alla famiglia Pretaroli, che si disinteressano della proprietà , e verso la metà del XIX secolo infatti, era priva di tetto ed usata come granaio. Nel 1917 il municipio in cerca di una nuova sede acquista la residenza ducale con annesso San Liberatore; viene quindi restaurata e trasformata in sacrario della prima guerra mondiale, da poco conclusa, finiti i lavori viene riaperta nel 1922. Rimaneggiata dopo la seconda guerra, da allora vi si commemorano le giornate del 25 aprile e del 4 novembre, un ultimo restauro si è concluso nel 2006.
L'edificio si mostra con tutti gli stilemi tipici del primo novecento, non rimane molto della struttura medievale ma si possono ammirare due affreschi da qui recuperati e installati all'interno del Duomo. Sulla facciata si apre un portale in pietra, riedizione di quello antico, sormontato da una fascia che riporta il motto latino ""I morti per la Patria vivranno in Dio"", un piccolo rosone contiene una vetrata artistica. Un timpano triangolare conclude la facciata, affiancano il portale due lampioni in ferro battuto, innestati su un ceppo di colonna e risalenti sempre al primo novecento, il piccolo campanile è quasi invisibile e si trova sul retro, ospita due campane.
Si entra nell'ambiente a navata unica dominato dalla grande vetrata dell'artista atriano Alfredo Ferzetti, risalente al 1933 che raffigura i santi militari, collocata sul fondo dell'edificio. Lungo le pareti si trovano a destra i monumenti con i caduti del primo conflitto mentre a destra del secondo, altre lapidi ricordano gli eroi cittadini come il garibaldino Pietro Baiocchi ed il capitano Aurelio Grue, morto nella battaglia di Adua insieme ai concittadini Antonio Antoccia e Pietro Matricciani. Le pareti sono decorate con motivi floreali dall'artista Ettore Mattucci, alcune piccole monofore con artistiche vetrate con figure di santi, sempre del Ferzetti, si aprono lungo le pareti della navata.
Le prime informazioni su San Liberatore risalgono al XIII secolo quando era una piccola e povera cappella, la sua situazione cambia quando gli Acquaviva vengono elevati al rango di duchi d'Atri, ed Antonio decide di costruire il suo palazzo, là dove si trovava già quello dei capitani mandati degli imperatori svevi, nei pressi della chiesetta. Il palazzo, privo di una sua cappella, costringeva i duchi a recarsi nella vicina chiesa della Santissima Trinità , raggiungibile passando attraverso i giardini ducali, ma questa ciò si rivela sconveniente sia per la scomodità dell'accesso sia perché vi erano ammessi al culto anche gli altri cittadini. Così divenuto duca Giosia nel 1444, inizia l'interesse per la vicina chiesetta di San Liberatore, adiacente al palazzo e ormai ridotta in pessime condizioni, viene quindi ricostruita e collegata tramite un corridoio sospeso, andato distrutto durante alcuni restauri settecenteschi. Nel 1470 Giulio Antonio, figlio di Giosia, vi fonda anche un'ospedale ed una confraternita di proprietà ducale, collegate alla chiesa che intanto veniva arricchita di opere d'arte oggi andate perdute. Si ricordano gli affreschi seicenteschi di Giacomo Farelli con i ritratti dei duchi, oltre ad altre immagini di papi e alti prelati e del Beato Rodolfo e di suo cugino: San Luigi Gonzaga. Nell'ospedale attiguo il Beato Rodolfo sarà molto attivo nella cura dei poveri, in memoria di questo istituto l'attuale ospedale civile di Atri porta ancora il nome di San Liberatore.
La dinastia ducale si estingue nel 1760 e le sue proprietà passano nelle mani della Camera Regia nel nuovo Stato Allodiale di Atri, l'ospedale e la confraternita vengono dismessi e la chiesa passa ai beni del capitolo della Cattedrale, inizia quindi un periodo di abbandono. Viene infine ceduta col palazzo alla famiglia Pretaroli, che si disinteressano della proprietà , e verso la metà del XIX secolo infatti, era priva di tetto ed usata come granaio. Nel 1917 il municipio in cerca di una nuova sede acquista la residenza ducale con annesso San Liberatore; viene quindi restaurata e trasformata in sacrario della prima guerra mondiale, da poco conclusa, finiti i lavori viene riaperta nel 1922. Rimaneggiata dopo la seconda guerra, da allora vi si commemorano le giornate del 25 aprile e del 4 novembre, un ultimo restauro si è concluso nel 2006.
L'edificio si mostra con tutti gli stilemi tipici del primo novecento, non rimane molto della struttura medievale ma si possono ammirare due affreschi da qui recuperati e installati all'interno del Duomo. Sulla facciata si apre un portale in pietra, riedizione di quello antico, sormontato da una fascia che riporta il motto latino ""I morti per la Patria vivranno in Dio"", un piccolo rosone contiene una vetrata artistica. Un timpano triangolare conclude la facciata, affiancano il portale due lampioni in ferro battuto, innestati su un ceppo di colonna e risalenti sempre al primo novecento, il piccolo campanile è quasi invisibile e si trova sul retro, ospita due campane.
Si entra nell'ambiente a navata unica dominato dalla grande vetrata dell'artista atriano Alfredo Ferzetti, risalente al 1933 che raffigura i santi militari, collocata sul fondo dell'edificio. Lungo le pareti si trovano a destra i monumenti con i caduti del primo conflitto mentre a destra del secondo, altre lapidi ricordano gli eroi cittadini come il garibaldino Pietro Baiocchi ed il capitano Aurelio Grue, morto nella battaglia di Adua insieme ai concittadini Antonio Antoccia e Pietro Matricciani. Le pareti sono decorate con motivi floreali dall'artista Ettore Mattucci, alcune piccole monofore con artistiche vetrate con figure di santi, sempre del Ferzetti, si aprono lungo le pareti della navata.
Bibliografia e fonti
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