Abbadia a Portella
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Località che prende il nome dal convento di Santa Maria a Portella.
Una geologia piuttosto particolare denota il luogo, una lingua di arenaria corre lungo la sommità del crinale che separa due vallate, dove scorrono affluenti del torrente Lera. I benedettini della vicina abbadia dei Santi Vincenzo e Anastasio, avevano qui un piccolo eremo scavato nella di roccia, in seguito sarà edificata una piccola chiesa, dal lato opposto della formazione arenacea.
L'area, sottoposta ai monaci già dal XI secolo era compresa fra i castelli del Vescovo di Fermo, con sede nel Castello di Calvelli; nel 1306, il vescovo permise di vendere al comune amandolese, i feudi ed i vassalli dell'abbazia.
Nel XVI secolo, complice un presunto miracolo, che aveva scongiurato l'assalto di truppe francesi ad Amandola, si intensifica il culto della statua, raffigurante la Madonna con Bambino, contenuta nella chiesa. Nel 1521 il comune finanziava grandi festività, si effettuavano delle processioni che partivano dal capoluogo fino alla contrada. Nella piana antistante il luogo sacro, si effettuavano le fiere ed i mercati noti tra la popolazione dell'epoca, che avvenivano in concomitanza della festa della chiesa, durante il periodo pasquale. L'importanza dei festeggiamenti era tale per il comune amandolese, che si impegnava ad inviare le sue milizie per mantenere l'ordine pubblico, inoltre si redigevano dei lasciapassare per permettere a tutti, anche a chi aveva avuto problemi con la legge, di parteciparvi. Si ricordano le processioni dei membri della ""Confraternita della Scopa"", intitolata poi ""Confraternita degli Artieri"" a partire dal XVII secolo, con sede nella chiesa urbana di San Tommaso.
Nel 1540 prenderanno possesso della chiesa i frati cappuccini, che la ristruttureranno e vi erigeranno un loro convento, poi abbandonato nel 1626, per trasferirsi nell'attuale sede di Colle Marrabbione, segnandone così l'inizio del declino. La tradizione vuole che i briganti frequentassero la grotta dell'eremo, sia per nascondersi, che per depositare i loro bottini, la chiesa mano a mano sarà abbandonata, concludendosi così anche i festeggiamenti. Con l'acquisto del convento ed il suo restauro da parte della famiglia Pasqualetti-Ricci, la chiesa viene riaperta nel 1889 e si ridarà il via ai festeggiamenti, che continueranno fino agli inizi del XX secolo. Dopo il secondo dopoguerra, ci sarà un sistematico abbandono della montagna che toccherà anche la contrada, la chiesa e le fiere saranno progressivamente dimenticate.
Per raggiungere questo luogo bisogna imboccare la strada che da Amandola porta a Garulla, prendendo in direzione di Vidoni, inoltrandosi nei boschi, più avanti su di una radura coltivata ci si trova davanti al monastero, centro della località. Difronte al sagrato della chiesa, la strada si biforca: a destra per raggiungere la frazione dei Merli, mentre proseguendo lungo la strada principale si risale per Villa Francucci e Vidoni, fino a raggiungere i Taccarelli. Attualmente la contrada è semiabbandonata, le poche case presenti non sono abitate regolarmente, probabilmente vengono utilizzate solo nei mesi estivi, la chiesa divenuta di vari proprietari, è lasciata all'incuria. I pochi campi, strappati alla montagna, sono ancora coltivati.

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