Donato De Donatis fu uno dei capibanda ""sanfedisti"", le truppe ""controrivoluzionarie"" del movimento militare, nato nell'Italia meridionale alla fine del XVIII secolo, più sanguinarie e violente mai esistite. Nasce nel 1761 a Fioli, frazione di Rocca Santa Maria piccolo borgo del teramano. Cresciuto in un ambiente molto devoto, dopo i 15 anni fu avviato al sacerdozio spinto dai suoi famigliari. Sebbene ordinato sacerdote, Donato colse l'occasione di intraprendere una scelta molto particolare in seguito ai disordini avvenuti nel corso dell'anno 1799: costituì una banda di ""briganti"" dedita ai saccheggi che in svariate occasioni addirittura si macchiò di stupri ed assassini. Incredibile ai giorni nostri ma fatto quasi comune in quei decenni questa banda era praticamente capeggiata da tre sacerdoti, oltre a De Dominicis, i suoi più stretti collaboratori erano Don Carlo Emidio Cocchi e Don Donato Naticchia. Era presente anche un ex frate di nome Vincenzo Benichetti, marchigiano di Camerino, evaso da una detenzione che stava scontando per diversi reati come truffa e furto. Il De Donatis in teoria era un ecclesiastico, ma i suoi modi e comportamenti si scontravano decisamente con le norme morali e cattoliche, si vociferava che commettesse i peccati più abbietti. Questi atti scellerati portarono il Vescovo di Teramo a scomunicarlo. Incurante di tutto con la sua ""banda"" il prete brigante riuscì ad impadronirsi delle cittadine di Campli e di Civitella del Tronto, dove compì un'azione temeraria addirittura il giorno della festa del patrono Sant'Ubaldo e dopo solo poche ore radunò e fece fucilare pubblicamente 17 uomini. In teoria il brigante avrebbe dovuto supportare le truppe del comandante borbonico generale De Cossio per controllare Civitella, ma il ""capobanda"" riuscì a estromettere il legittimo rappresentante dell'autorità monarchica. Dopo questi fatti delittuosi Donato escogitò un'altra azione clamorosa, tentare l'assalto di Teramo, ma trovò pane per i suoi denti: la città era sotto il controllo dei fratelli Fontana, ""banda"" ancora più agguerrita della sua, famosa perchè si rese responsabile dell'eliminazione fisica della brigata rivale dei fratelli Rondolini. Si spostò allora ad Ascoli dove si rese di nuovo protagonista di saccheggi, sequestri di persona e ricatti, era sufficiente possedere dei beni per venire catalogato come ""giacobino"", di conseguenza le ideologie diventavano un semplice pretesto per commettere furti ed estorsioni secondo un collaudato modus operandi delle truppe sanfediste. Ma il De Donatis non era sazio e tentò l'assalto alla cittadina di Acquaviva Picena dove il ""giacobinismo"" aveva il suo centro: dapprima minacciò il saccheggio poi effettivamente avvenuto accompagnato da omicidi e incendi di abitazioni.
La ""banda"" dell'ex sacerdote di Rocca Santa Maria fu responsabile di tante e tali imprese criminose nel territorio teramano, che il nome Donato, in precedenza assai diffuso, per molti anni non fu imposto ai nascituri. Il regnante Francesco IV nonostante avesse al suo servizio molte bande di briganti, fece sapere tramite un suo messaggio che disapprovava in maniera categorica la sua condotta esagerata. Incredibilmente il De Donatis al termine delle sue sciagurate imprese rivolse una supplica al re affinché sia lui che i suoi accoliti fossero ricompensati per le loro gesta. Le richieste vennero accordate e furono anche riconosciute le loro rendite finanziarie. Al ""capobanda"" De Donatis fu concessa una pensione di 1200 ducati annui e una sorta di liquidazione di molte decine di migliaia di ducati, in aggiunta di alcuni beni immobili. Altri tempi.
La ""banda"" dell'ex sacerdote di Rocca Santa Maria fu responsabile di tante e tali imprese criminose nel territorio teramano, che il nome Donato, in precedenza assai diffuso, per molti anni non fu imposto ai nascituri. Il regnante Francesco IV nonostante avesse al suo servizio molte bande di briganti, fece sapere tramite un suo messaggio che disapprovava in maniera categorica la sua condotta esagerata. Incredibilmente il De Donatis al termine delle sue sciagurate imprese rivolse una supplica al re affinché sia lui che i suoi accoliti fossero ricompensati per le loro gesta. Le richieste vennero accordate e furono anche riconosciute le loro rendite finanziarie. Al ""capobanda"" De Donatis fu concessa una pensione di 1200 ducati annui e una sorta di liquidazione di molte decine di migliaia di ducati, in aggiunta di alcuni beni immobili. Altri tempi.
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