Santa Croce
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Chiesa ed ex convento dei cappuccini di Ripatransone, nei pressi del cimitero cittadino.
Con la nascita della diocesi ripana nel 1571, si danno il via alla realizzazione di nuove opere, di carattere religioso, ad arricchire il territorio. Per volontà del comune, i frati cappuccini sono invitati in città, stabilendosi nella chiesa di della Madonna del Carmine, nella campagna a qualche km ad ovest dell'abitato. Essendo il luogo assai frequentato dai pellegrini, non permetten ai religiosi una vita tranquilla e silenziosa, costringendoli ad abbandonare la struttura dopo poco. Il comune cerca quindi di porre rimedio alla situazione, concedendo ai frati l'area di Monte Attone, un colle ad oriente del centro storico, poco fuori dalla porta di Monte Antico. Si avviano i cantieri nel 1575, terminandoli nel 1597 quando la chiesa, dedicata all'Esaltazione della Santa Croce, viene consacrata dal vescovo Pompeo De Nobili. Tra i personaggi famosi che soggiornano in convento, si ricorda San Serafino da Montegranaro. Come conseguenza della rivoluzione francese, a partire dal 1792 alcuni religiosi costretti alla fuga si rifugiano a Ripatransone, a Santa Croce trova alloggio don Gabriel Praust di Vendôme. Nel 1808 inizia l'occupazione napoleonica degli Stati Pontifici, l'istituto religioso viene soppresso con le leggi del 1810 e lo stabile, è acquistato da Pacifico Boccabbianca insieme al monastero dei Filippini. Li rivende nel 1814 al comune, che abbatte il complesso per far posto al nuovo cimitero, ma già l'anno seguente problemi di igiene pubblico, fanno sospendere la costruzione. Per questi motivi nel 1816, durante la restaurazione pontificia, il cimitero viene chiuso. In quel periodo su richiesta della popolazione, il comune si attiva per farvi tornare i cappuccini, che rientrano in paese nel 1817, Alloggiano nell'ex monastero di Sant'Agostino, aiutando nel frattempo la popolazione, vittima di una pestilenza. Nel frattempo iniziano la ricostruzione del convento e della chiesa, portate a termine nel 1830; nella nuova sede si ospitano anche corsi di studio su materie letterarie, teologiche e filosofiche. La comunità dei monaci, partecipa alle rivolte risorgimentali grazie alla figura di padre Donato d'Amandola, religioso di sentimenti liberali, che protegge nel convento diversi aderenti alla causa. Riesce ad aggirare anche la stretta vigilanza della gendarmeria pontificia, che sospettosa delle attività illecite del convento, non riesce mai ad incriminare i religiosi. Nel 1831 vi trovano rifugio i fratelli Gregorio ed Eligio Possenti, originari di Cupra Marittima. Nel 1837 ospita il Conte Castiglioni e Filippo Forcella, fuggiti da Colonnella, colpevoli di aver guidato l'insurrezione di Penne, oggi in provincia di Pescara. Rimangono nascosti grazie all'aiuto dei frati, fino a quando non riescono a farli imbarcare per Corfù, nel Porto di Fermo. Ma qualche anno più tardi, probabilmente a seguito del trasferimento di pare Donato, il convento prende altre posizioni. Secondo le fonti dei liberali, sono colpevoli di aver denunciato in segreto, gli attivisti nascosti fra le sue mura. Infatti tra il 1840 e l'anno seguente, si assistono a diversi arresti, alcuni ricercati però riescono a fuggire e tra questi, i fratelli Possenti. Finiscono anche sotto processo alcuni membri delle famiglie Boccabianca e Tozzi-Condivi, insieme a diversi mezzadri e popolani. I primi grazie al loro potere ed alle ricchezze, riescono a scampare all'arresto mentre gli altri, vengono condannati a severe pene detentive. Sebbene non viene mai provata la complicità dei frati, Gregorio Possenti li crede colpevoli, covando un forte risentimento negli anni. Divenuto ""Commissario Regio"" dopo l'Unità d'Italia, il Possenti sfrutta le sue influenze per far chiudere il convento, facendolo rientrare nelle soppressioni del 1861. Un anno dopo i religiosi, sono quindi costretti a lasciarlo. Il comune quindi ripropone di realizzare nell'area il nuovo cimitero, nel 1877 iniziano i lavori che trasformano la chiesa e gli stabili attigui, dove si ricava l'abitazione del custode. I religiosi ritornano nel 1880, col solo compito di custodi del cimitero fino al 1905, quando i cappuccini chiudono alcuni piccoli conventi, accorpandoli a quelli maggiori. Lo stabile passa ancora di mano e stavolta se ne occupa il clero secolare, nella persona di Don Domenico Traini. In vista di un'epidemia, nel 1910 il convento è trasformato in lazzaretto. La proprietà passa quindi alle autorità cimiteriali, che costatano il grave degrado della chiesa, ormai abbandonata. Riaccende l'interessa sul convento e sul ritorno dei monaci, un fatto di cronaca nera del 1916, quando viene uccisa la moglie del custode durante un furto. Alla fine i religiosi tornano nel 1926, occupandosi subito di risistemare il complesso ma senza grandi risultati, dato che i cantieri vengono avviati tra il 1934 e l'anno successivo. La chiesa è ancora sistemata nel 1958, su ordine del padre guardiano Agatangelo Urbanelli, che si occupa anche di farla decorare e di ingrandirne la sagrestia. Il completo restauro dei tetti è effettuato nel 1984 ma in seguito, è ancora abbandonata dalla comunità monastica e lo è ancora oggi, ma viene ancora utilizzata per le celebrazioni.
Si mostra sul grande piazzale che precede il cimitero, anticipata dal classico portico tipico dell'architettura cappuccina, composto da cinque arcate di diverse dimensioni. Al di sopra si trova una nicchia centrale, con una statua ottocentesca di Sant'Elena, opera dell'artista e religioso ripano: Don Costantino Cellini. Per il resto la facciata si mostra piuttosto spoglia, oltre il tetto del portico, spunta la parte alta della chiesa, col in timpano triangolare ed un gran finestrone. Qui è istallata una vetrata artistica di Giuliano Pulcini, risalente al 1994. Agli estremi laterali del portico, si ricollegano le altre strutture conventuali. Sulla porzione di sinistra si trova un monumento in marmo di un'altro artista ripano, Giuliano Pulcini, esposto dal 1998, in ricordo del quarto centenario della presenza cappuccina. Una volta entrati si passa sotto la cantoria lignea e ci si ritrova in un ambiente a navata unica, con una fila di tre cappelle per lato. Queste sono ornate da diversi altari, alcuni di pregio, contenenti diverse opere pittoriche, gran parte delle tele vengono restaurate nel 1862, da Gaetano Alessandrini di Gubbio. In quelle di sinistra si possono ammirare le seguenti opere, a partire dalla prima sul fondo: una tela settecentesca della bottega di Ubaldo Ricci, raffigurante Sant'Emidio, San Giuseppe da Leonessa e San Serafino da Montegranaro. La cappellina di mezzo ha subito interventi nel 1950, risistemata e fatta decorare dall'artista ripano Quinto Tizi, mostra una tela del XVIII secolo, di autore ignoto. Nell'ultima invece si conserva una pala d'altare, sempre della bottega di Ubaldo Ricci, con la madonna tra santi cappuccini, sulla parete si vede il monumento funebre marmoreo di Zelmira Tozzi Condivi, scolpito da Giorgio Paci. Dal lato opposto, il primo altare conserva un dipinto della Madonna con Bambino, di ignota fattura e risalente sempre al settecento. L'altra cappella mediana, è occupata dall'ottocentesco pulpito ligneo e dal monumento funebre di Filippo Bruti Liberati, opera del noto scultore toscano Pietro Tenerani. Nell'ultimo altare laterale, una tela ancora del settecento, Gesù che conforta San Bernardo da Corleone, del fermano Filippo Ricci. Sul fondo della navata si trova l'altare maggiore, con il tabernacolo ligneo, restaurato da Vittorio Fazzini, padre del più famoso Pericle, nel 1930. Al di sopra si trova la tela dell'Invenzione della Croce, dipinta dal veronese Caludio Ridolfi, autore molto probabilmente anche dei dipinti nei riquadri laterali, raffiguranti la Maddalena e San Francesco. Dietro l'altare maggiore si trova il coro ligneo del 1952, opera del falegname massignanese Romolo Canaletti, sono inoltre visibili una tela di Pasquale della Monica, ed un reliquiario in argento del 1582. D'interesse è anche la sagrestia, con gli ottocenteschi armadi di Fra Salvatore da Camerino, nella parte superiore c'è un crocefisso, forse opera di Desiderio Bonfini. Vi è anche esposta una tela di Santa Filomena, sempre opera del Della Monica.

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