NULL Giuseppe Costantini (sciabolone) - Habitual Tourist
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Ha i natali a Santa Maria a Corte a Lisciano (AP), Giuseppe Costantini, soprannominato "Sciabolone" (appellativo forse derivante da una grossa sciabola che si costruì da solo), dominò la scena in lungo e largo, da brigante condottiero, tra la Marca Ascolana e il versante settentrionale del Teramano. Il fenomeno del brigantaggio pontificio-borbonico in queste zone spiccatamente anti giacobino francese, si attribuì la missione di ripristinare l'antico ordine papale. Tra le correnti di pensiero c'è pure quella che definisce queste azioni come atti di latrocinio e assassini che avevano, naturalmente, il fine ultimo di incamerare denaro. Le Bande dei Briganti, comandate da capibanda, erano organizzatissime innanzitutto sul territorio, che conoscevano come le loro tasche. Dediti a qualsiasi azione, non disdegnavano veri e propri blitz in città, scagliandosi anche contro eserciti quando era possibile. Ad Ascoli furono le bande di Sciabolone a rimettere in loco il governo pontificio. I vari spostamenti sul territorio facevano sì che, con rapide ed abili mosse, si potevano attuare azioni dalla foce del Tronto ai Monti della Laga, fino ai Sibillini, piombando sugli avamposti giacobini da combattere. Agli inizi del 1799, nella vallata del Tronto, fu un accendersi di scontri armati: a Ponte d'Arli ci fu una battaglia molto cruenta dove i briganti inseguirono i francesi fin dentro la città di Ascoli. Le autorità Napoleoniche furono costrette a scendere a patti: con il trattato di Mozzano del 5 febbraio ci furono concessioni che dispensarono molti vantaggi politici, economici e religiosi. Nello stesso anno Sciabolone divenne un personaggio che imperversava in furiose scorribande, in scontri e in battaglie i cui punti caldi furono le ascolane Ripatransone e Acquaviva, e la Valle del Tenna, dove avvenne il sacco di Servigliano (FM). I nomi ricorrenti, sempre con al comando il brigante Sciabolone, erano quelli del ripano Giuseppe Cellini, e De Donatis, prete guerriero. Ogni paese era costretto a saccheggi e violenze, da parte di una o l' altra fazione a seconda di chi riusciva a predominare: se i francesi seminavano i terrore, la controparte non si lasciava certo dietro rose e fiori e purtroppo le popolazione era costretta a subire continuamente vessazioni e non si sapeva a chi santo appellarsi. Furibondo fu il saccheggio di Acquaviva ad opera dei briganti, ai quali si unirono anche persone del luogo e di paesi vicini per accaparrarsi qualcosa o per regolare vecchi conti. Si potrebbe considerare che la situazione di guerriglia locale era uno scontro tra prospettive di modernità contro un modus operandi di antica fattura e un conflitto di mentalità che si affrontavano; due mondi due visioni, due cause per le quali era giusto e doveroso morire. Con la caduta di Ancona da parte dei francesi alla fine di novembre, il pericolo napoleonico sembrava sfumare e il settecento, dunque, si concludeva con lo sbando del Bonaparte e dei suoi ideali, e con il ripristino del potere temporale del Pontefice. Ancora in sella, Sciabolone si apprestava a vivere il nuovo secolo coprendo di gloria se stesso e i suoi luogotenenti. Le cronache dell'epoca li descrivevano come un'orda di uomini che non erano veri e propi soldati, uomini "spaventosi e grotteschi", con le vesti logore però armati di tutto punto con fucili, falci e coltelli di ogni fattura. Questi briganti parteciparono alla difesa della fortezza di Civitella del Tronto (TE). Dopo la nuova calata francese in Italia nel 1806, la guarnigione era comandata da Matteo Wade (militare irlandese), che con i suoi 300 uomini resistette alle truppe di Napoleone che dominavano da mesi. L'irlandese studiò e mise in atto con Sciabolone un piano di difesa: al Costantini furono affidate le operazioni esterne alla fortezza; il compito, arduo, ebbe successo grazie ad un'intuizione geniale che prevedeva continui agguati e attacchi che, di fatto, rallentarono l' assedio. Il 22 maggio, però, le truppe francesi conquistarono la fortezza . La storia di Giuseppe Costantini si concluse, come si diceva all'epoca, “saltando il fosso”, ovvero diventando lui stesso un cacciatore di briganti percependo, evidentemente e argutamente, dove tirava il vento . Fu insignito del grado di capitano e morì a Capua, per “sospetto” avvelenamento, nel 1808.

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