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Centro medievale un tempo autonomo, oggi frazione del comune di Bellante.
Si aggrappa ad una rupe scavata dal torrente che porta il nome del centro, si trova tra i crinali del versante occidentale delle vallate del Tordino, è riconoscibile per la possente torre che è visibile da molti luoghi circostanti.
Se ne ha una prima menzione già nel 966, citato in una vendita di terreni tra l'abbazia di Montecassino e tale Pertone da Teramo, posti nella contrada di "Izano" nei pressi del feudo di "Ripa". Ricompare nel successivo periodo normanno in cui è ancora segnata con il nome di Ripa, nei registri redatti tra 1150 e 1168. Da qui, si legge che ne era signore Azzone di Teodino ed è questo, forse, il momento in cui il centro muterà il nome diventando la Ripa di Actoni, fino all'attuale Ripattoni. Riappare nel 1204, quando il feudo viene confermato dal pontefice all'abbazia benedettina di San Giovanni in Venere di Fossacesia, la situazione cambierà in epoca angioina, quando il possesso verrà ceduto al parente del Re, Stefano Calo. Costui nel 1269 cede metà delle sue pertinenze a Ripattoni, alla Curia Regia, in cambio del vicino possedimento di Chiarino, quest'ultima dividerà ancora in due la porzione del nobile per cederne una quota a Gibolfo di Minneto. Nel 1273 il castello rientra per volontà di Carlo d'Angiò, nel Giustizierato d'Abruzzo Ultra, una suddivisione amministrativa e giuridica del Regno che, valutata troppo grande, viene ridivisa dal Re francese.
In quest'epoca risulta in mano alla dinastia degli Acquaviva, infatti nel 1279 Matteo di Federico, Gualtieri di Berardo e Riccardo, tutti appartenenti a questa famiglia, dichiarano il possesso del feudo durante la rassegna feudale voluta dal Re. Nel 1286 leggiamo della ribellione di Gualtieri di Bellante e dei baroni aprutini contro il regno angioino, per l'occasione assaltano il castello ripattonese, del quale Gualtieri era anche in parte signore. Nel 1306 in seguito alla Pace di Caltabbellotta, Gualtieri tornerà in possesso delle sue proprietà e dieci anni più tardi, si vedrà che le quote feudali saranno ancora risuddivise: un quarto in mano a Matteo da Canzano e Francesco d'Acquaviva, una metà ad Amelio Corbano. La comunità partecipa alla colletta generale del 1320; quattro anni dopo, sempre dai registri delle tasse, stavolta quelle ecclesiastiche, si ha una lista di chiese presenti: le scomparse San Silvestro, Sant'Angelo e quella di San Mauro nell'omonima contrada.
Nel 1326 compariranno ancora le chiese di Sant'Andrea e San Felice, tra il 1329 ed il 1330 si registra il Vescovo di Teramo: Niccolò Arcioni, come signore di parte del castello per il quale paga le tasse di possesso. A distanza di dieci anni, come feudatari sono ancora presenti gli Acquaviva con Francesco ed il figlio Ludovico. Francesco Sforza avrà il dominio ripattonese fino al 1443, poichè dopo aver battuto Giosia di Teramo nel 1438, era diventato signore dei castelli tra il Tronto ed il Vomano. Successivamente attaccato su vari fronti, lo Sforza è costretto a rinunciare, così il Re Alfonso V d'Aragona, una volta ritirato lo Sforza grazie anche all'aiuto di Giosia, per ricompensarlo gli cedette il feudo ripattonese, che nel 1447 affiderà a suo nipote Francesco Antonio di Celano, donazione approvata dal re nel 1451. Giosia si ribellerà al Re nel 1458, dopo aver perso contro gli aragonesi la battaglia di San Flaviano, muore nel 1462 a Cellino Attanasio, assediato dalle truppe sotto la guida di Matteo di Capua. Dopo la sua scomparsa i feudi degli Acquaviva, passeranno brevemente in mano al Di Capua fino al 1464, in quella data Re Alfonso riconcede alla dinastia, con a capo la figura di Giulio Antonio, le proprietà di famiglia perse da Giosia. Il centro parteciperà alla tassa sul sale del 1468 e a quella straordinaria dell'anno seguente, intanto muore Giulio Antonio ed il Ducato d'Atri passa in mano ad Andrea Matteo III, confermato dal Re nel 1481 dopo il pagamento di una grande tassa di successione. Nello stesso periodo, la diocesi aprutina denuncia il mancato pagamento delle tasse ecclesiastiche da parte della popolazione e nel 1485 Alfonso d'Aragona II duca di Calabria, è incaricato ad indagare sulla cosa, nel frattempo Andrea Matteo III in collaborazione con altre famiglie nobili, ordiva la "Congiura dei Baroni" contro il re Ferrante d'Aragona. La congiura non andò a buon fine e venne soppressa nel 1486, per punizione gli vengono confiscati i beni feudali dal Re, reintegrati solo dopo la sua morte nel 1495 nella breve reggenza del francese Re Carlo VIII, mentre nel regno imperversavano le lotte per le successioni al trono. Alla fine di queste guerre ci sarà la pace tra i pretendenti francesi e quelli spagnoli, con la vittoria di questi ultimi e di Re Ferdinando III d'Aragona, che nel 1506, a seguito dei trattati di pace, riconcede il ducato agli Acquaviva. Andrea Matteo muore sommerso dai debiti nel 1529 e la famiglia è costretta a vendere parte del patrimonio, nel 1539 su Ripattoni è presente la famiglia dei Valignani di Chieti, loro creditori. I duchi d'Atri continueranno però a comparire nelle questioni delle nomine dei parroci di Santa Maria de Erulis, nel 1549 queste vengono riconosciute dal vescovo mentre nel 1606, Giosia II Acquaviva concede le rendite della chiesa di Sant'Andrea, al fratello Giuseppe Acquaviva. Sul finire del XV secolo esplode il brigantaggio, che con Marco Sciarra tocca uno dei suoi momenti più propizi, una storia narra che passato a Ripattoni, il brigante si fosse imbattuto in un matrimonio. I partecipanti preoccupati dalla sua fama, furono invece trattati generosamente dal bandito, che partecipò alla festa e raccolse una colletta con i suoi uomini, da donare alla sposa. Più tranquillo sarà il XVII secolo, dove si registra a presenza nel paese delle confraternite e viene eretta anche una nuova chiesa, nel 1632 vi si stanzia una compagnia di soldati teramani composta da sole sette persone, forse a causa del brigantaggio. Si apprende della morte di Francesco Scorciati, signore di Basciano, che viene nominato con il titolo di Barone di Ripattoni, probabilmente il centro tornerà in seguito in mano agli Acquaviva in quanto alla fine della dinastia nel 1760, sarà accorpato nello "Stato Allodiale di Atri", controllato direttamente dal Regno. Nel 1807 il regno viene occupato da Napoleone, Ripattoni perde la sua autonomia e viene unito a Bellante, fino alla restaurazione del 1816, quando viene ceduto a Mosciano Sant'Angelo ed infine, ricomprato dal comune bellantese nel 1928 insieme alla contrada di San Mauro. Agli inizi del secolo, era nato in paese Aurelio Saliceti che sarà ricordato nel processo per l'Unità d'Italia, avvenuta nel 1861, della quale sarà uno dei protagonisti. Nel 1884 viene inaugurata la ferrovia Giulianova-Teramo, che passerà nella vallata sottostante il paese dove sarà costruita la stazione di Ripattoni, divenuta poi Bellante Stazione, che si trasforma in un'importante frazione nel secondo dopoguerra. Oggi si arriva al castello da due strade che si ricongiungono alla presenza del grande Palazzo Saliceti, affiancato in alto dall'abbandonato Palazzo Moruzzi, posto sulla salita che arriva alla piazzetta ai piedi del torrione, dove si trova la chiesa dei Santi Silvestro e Giustino. Questo è il punto più alto del paese e si può osservare il bel panorama sull'abitato e sulla bassa vallata del Tordino, dalla piazzetta prosegue una via che brevemente, conduce ad uno slargo del belvedere. Qui il panorama spazia tra la campagna teramana fino alle montagne, in questo spazio un tempo sorgeva la chiesa scomparsa di San Silvestro, protettore del castello ed inoltre, è ancora visibile una gradevole casa torre, forse realizzata sui resti della cinta muraria. Si scende quindi per una scalinata, fino alla strada che taglia la parte bassa dell'abitato, continuando si raggiunge la piccola via in basso dove è possibile scorgere i resti di una porta castellana, guardata a vista da una torretta circolare, residui delle fortificazioni volute dagli Acquaviva. Da qui, si risale fino al piazzale sotto Palazzo Saliceti, si può continuare visitando le strette stradine del centro storico, dove le case risultano piuttosto rimaneggiate in epoca recente, ma mantengono le ridotte dimensioni tipiche degli insediamenti medievali e talvolta, generano qualche angolo suggestivo. Una volta fuori dall'incasato, non si può dimenticare una interessante visita alla Chiesa parrocchiale di Santa Maria in Herulis.

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