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Piccolo insediamento abbandonato a ridosso del confine con l'Abruzzo. Dirimpettaia del capoluogo di Valle Castellana, Vosci è composta da una sola fila di case che si staglia sul ciglio del crinale che rapidamente scivola verso valle. Un tempo conosciuta anche con il nome di Vuosci, come la vicina Forcella di Monte Calvo, è raggiungibile solo passando attraverso il territorio abruzzese, imboccando la strada bianca che si incontra poco prima del ponte di Valle Castellana.
Da sempre paese di confine tra gli Stati Pontifici e il Regno di Napoli vivrà nel corso della sua storia diversi fatti d'arme, legati alla peculiarità della sua posizione. Molto vicina all'antica Piano Annunziata, antico nome di Valle Castellana, l'amministrazione spirituale di Vosci sarà sempre soggetta alla parrocchia di Santa Maria di Stornazzano.
Il villaggio appare sui documenti verso la fine del XVIII secolo quando tra le sue case si asserragliano gli armati, mandati, per conto dei Duchi d'Atri, dal governatore del sindacato che qui cercò di fermare i banditi abruzzesi delle bande di Titta Colranieri e Santuccio da Froscia in fuga dalla repressione perpetrata dallo Zunica nelle montagne del teramano. Le milizie degli Acquaviva dopo una piccola scaramuccia con i malviventi, avevano optato per passare sulla difensiva dato l'elevato numero e la ferocia dei nemici, decidendo quindi di trincerarsi nel villaggio. All'arrivo dei briganti, il paese sarà assediato invano, ma la resistenza darà così tempo alle altre bande di razziare gli insediamenti vicini e di fuggire dalla repressione, rifugiandosi negli Stati Pontifici. Con la morte dell'ultimo discendende degli Acquaviva, nel 1760, il feudo di Valle Castellana passerà sotto i beni della corona napoletana fino all'arrivo di Napoleone, quando vengono aboliti i diritti feudali e viene sciolta l'Università. Il territorio sarà annesso al governo di Civitella del Tronto fino alle riforme murattiane del 1811. Arrivata in seguito la Restaurazione, sarà ripristinata l'Università ma mutata in un municipio moderno.
Nel 1852 passa al comune di Montecalvo a seguito di uno scambio di frazioni, atto a regolarizzare i confini tra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio lungo la linea del fiume Castellano. Fu ceduta anche la vicina Forcella, d'altra parte il Regno acquisirà gli antichi feudi di Pietralta e Villa Franca insieme ad altri paesi nell'ascolano.
Durante l'epopea dell'Unità d'Italia Vosci sarà testimone di un eccidio ormai dimenticato che porta il suo nome. Nel 1861, sotto l'occupazione delle truppe piemontesi del Generale Pinelli nel corso della lotta per l'Unità d'Italia, subì un disastroso incendio nel quale andarono persi anche i preziosi registri parrocchiali. La valle del Castellano era il centro delle attività dei lealisti pontifici che resistevano ai soldati dell'esercito piemontese rifugiandosi in questi luoghi impervi. Nel settembre di quell'anno una colonna di 18 volontari della Guardia Nazionale si trovò a passare nei boschi limitrofi al villaggio, qui subirono da parte dei lealisti pontifici una imboscata che causò 5 morti seppelliti in fretta nel luogo dello scontro. Nonostante la popolazione fosse abituata agli scontri armati, il fatto che le vittime fossero tutti giovani e acquasantani, e la grave disfatta dal punto di vista militare, scosse molto gli animi delle genti. Recuperate poco dopo le salme da alcuni abitanti di Vosci, queste vennero riportate nel capoluogo dove furono sepolte solennemente nella chiesa parrocchiale. Pochi anni dopo la faccenda sarà dimenticata e in queste valli tornerà finalmente la pace.
Nella nostra epoca la frazione ormai è quasi del tutto abbandonata, salvo qualche nuova abitazione sorta nella sua periferia, il resto dell'incasato rimane desolato e avvolto dalle piante.
Percorrendo l'unica via solitamente sgombra dalla vegetazione, si arriva al centro del caratteristico borgo; interessanti sono le balconate lignee delle abitazioni che fungono anche da portico per l'unica piazza paesana, dove si affaccia la piccola chiesetta di Sant'Anna.
L'altra parte dell'abitato è ridotta a ruderi, ed i recenti terremoti hanno accelerato l'azione del tempo e dell'incuria umana, un peccato per un così caratteristico villaggio rurale.

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